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Borsellino quater, il depistaggio costruito sul 'pupo' Scarantino PDF Stampa E-mail
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Scritto da Aaron Pettinari   
Lunedì 09 Gennaio 2017 22:14
di Aaron Pettinari - 13 dicembre 2016

“Scarantino? Non possiamo fidarci delle sue parole. Se le sue dichiarazioni, dal primo all’ultimo interrogatorio, si mettessero in un grafico, in un asse cartesiano, si troverebbero dei picchi schizofrenici… Pertanto lo riteniamo totalmente inattendibile dunque le sue dichiarazioni vadano prese e valutate per quello che sono. Dove queste hanno un elemento obiettivo di risconto possono essere considerate con il crisma degli elementi di prova di cui tener conto sulle valutazioni in cui operare”. A dirlo è Gabriele Paci durante la requisitoria del processo “Borsellino quater”, in corso davanti alla Corte d’Assise di Caltanissetta. Il procuratore aggiunto nisseno ha poi aggiunto che “la ritrattazione tardiva e ben lontana dal tempo di Scarantino, è comunque certamente attendibile ed è analoga a quella che fece davanti ai giudici nel 1998”.
Nel corso dell’udienza pomeridiana il magistrato ha ribadito il perché si ritiene fondata la ricostruzione operata da Spatuzza, analizzata nelle precedenti udienze, per cui è provata l’assoluta estraneità del picciotto della Guadagna nel furto della Fiat 126 e nelle successive fasi che portarono poi alla strage.
“Tecnicamente - ha detto Paci - non possiamo definire Scarantino un ‘reo confesso’. Lui ammette di aver raccontato il falso ma aggiunge, in un progredire stucchevole di dichiarazioni, che certe cose le aveva dette perché minacciato continuamente, inizialmente quando era detenuto dagli agenti di custodia e poi dagli uomini diretti dal dottor La Barbera. Quando cercò di protestare la propria innocenza non fu creduto, tanto che fu persino condannato. Ma le sue dichiarazioni vanno analizzate a fondo anche per verificare se vi sia stato o meno uno stato di necessità. Quindi dobbiamo domandarci se quei fatti sono veri in tutto o solo in parte. Quindi dobbiamo verificare se quelle pressioni ci furono, se furono reiterate e fino a che punto si spinsero”.

Le anomalie prima di Scarantino
Prima di analizzare punto per punto le dichiarazioni del falso pentito, il pm sceglie di mettere in evidenza alcune anomalie che si sono presentate prima ancora di arrivare alla fase di collaborazione del giugno 1994. “E’ importante fermarsi a riflettere su alcune, non poche, anomalie che ebbero a registrarsi fino a quella data - prosegue Paci - Le registriamo certo senza voler dare patenti o lezioni a chi è venuto o svolto funzioni di giudice o di pubblico ministero nei processi Borsellino Uno e Bis. Anche perché è difficile spesso giudicare ed essere giudicati con il senno del poi. Quei processi e questo processo hanno sollevato un’enorme quantità di interrogativi, e assai meno sono le certezze. Ci saranno nuove indagini che dovremo sviluppare e che devono chiarire altri aspetti che sono oscuri ancora oggi. La prima cosa che non possiamo trascurare è che tre persone innocenti si sono auto calunniate ed hanno calunniato, decidendo di auto accusarsi di un furto di una macchina poi utilizzata per una strage”.
Un primo dato che in qualche maniera si connette ad altre vicende che non sono affatto trascurabili e che comunque vanno in qualche maniera inserite in questo contesto. Così come aveva fatto ieri il sostituto Stefano Luciani, è stata ricordata la figura di Salvatore Candura che, insieme a Luciano Valenti fu la prima persona a chiamare in correità proprio il picciotto della Guadagna. “E’ lui la prima fonte del depistaggio - ha ribadito Paci - A lui si arriva da indagini pure e quando viene arrestato è lì che nasce il primo gradino del depistaggio… lui viene informalmente ed inizialmente strappato il nome di Scarantino. Successivamente ci sarà una sorta di trasferì da Candura a Valenti e a quel punto la macchina parte in maniera inarrestabile”. Un percorso simile quello dei due “falsi pentiti “ che vengono contattati in maniera “ibrida” attraverso “colloqui investigativi” da parte del Gruppo inquirente diretto da La Barbera. “A questi colloqui - ha detto Paci - seguono un gioco delle parti con una serie di pressioni ed anche spesso mascherate con forme di domande insistenti e suggestive”. Tra le similitudini ravvisate dal pm anche l’utilizzo di “agenti provocatori” sia per far “confessare” Candura che per Scarantino.
 

Le informative del Sisde
Ma tra le anomalie evidenziate vi è anche qualcos’altro. “Nei primi momenti in cui si sviluppano le indagini - ha ricordato il pm - quando ancora non c’è una pista chiara che gli inquirenti hanno scelto di seguire. Da parte del Sisde viene redatta nell’agosto 1992 un’informativa dove si fa riferimento al luogo dove era custodita la Fiat 126. Nessuno rivendica la paternità della nota ma è riferibile certamente al centro Sisde di Palermo. Il colonnello Ruggeri, capo centro del Sisde del tempo, non ricorda la nota ma ha ribadito che al tempo non vi erano particolari contatti con la Squadra mobile e che era difficile che questa fosse stata acquisita presso quegli ambienti (anche se si è scoperto che proprio Arnaldo La Barbera in passato è stato anche agente dei servizi, ndr)”.
“Quella nota - ha proseguito - induce una domanda che non trova risposta. A cosa si riferisce? Quale è la fonte? Come hanno acquisito gli inquirenti dell’epoca quell’informazione? C’è anche un’altra nota Siste del 10 ottobre 1992. Una sorta di radiografia su tutta la famiglia Scarantino per cui si riconduce una parentela addirittura con i Madonia del mandamento di Resuttana. Di questa nota Contrada dice che fu fatta dopo una richiesta del dottor Tinebra per un assistenza sul piano informativo. Non dice grandi cose questa nota ma è un po’ spinta ed indica in tutti i modi la vicinanza di Scarantino con ambienti mafiosi”.
Nello stesso periodo in cui si sviluppa l’informativa a Venezia Scarantino viene messo in cella con Vincenzo Pipino, il ladro gentiluomo. “In aula ci ha raccontato di essere stato contattato da La Barbera presso il carcere di Regina Coeli, quindi fu trasferito a quello di Venezia e messo in cella con Scarantino proprio per convincere quest’ultimo ad ammettere le proprie responsabilità, di farlo parlare perché in cella erano intercettati. Non abbiamo però riscontri di ingressi di La Barbera nel carcere di Regina Coeli o a Venezia ma resta il dato oggettivo delle conversazioni dove uno cerca di far parlare l’altro. E’ la conferma di uno strumento di lavoro che evidentemente era usuale.
Purtroppo però il tempo trascorso non ci consente di avere documenti dato che dopo 10 anni certi atti vengono messi al macero. E questo rende tutto più difficile”.
Paci ha poi passato in rassegna le dichiarazioni di Vincenzo Scarantino, segnalando però come prima e durante la sua collaborazione, vi furono una serie di colloqui investigativi.
Il pm ha sottolineato l’anomalia in particolare “se già è avviata una collaborazione. Il colloquio investigativo, a quel punto, è uno strumento che possiamo definire improprio perché per chi collabora si fanno gli interrogatori. Ciò è avvenuto sia per Andriotta che per Scarantino”. Tra i colloqui segnalati di quest’ultimo vi sono in particolare quelli autorizzati nel luglio del 1994 ma già in precedenza vi erano state anomalie con la moglie di Scarantino, Rosaria Basile che il 9 febbraio si era persino recata presso l’abitazione della famiglia Borsellino per protestare contro i maltrattamenti subiti dal marito a Pianosa.
Nel proseguo della requisitoria il pm ha poi ricordato le dichiarazioni rilasciate nei vari interrogatori da Scarantino, tra “contraddizioni” ed “aggiustamenti continui” sui luoghi, sulle modalità e sulle persone coinvolte nella preparazione dell’attentato. Particolare attenzione è stata riposta su quanto detto in merito alla fantomatica riunione di villa Calascibetta. “Quelle dichiarazioni inverosimili - ha ricordato Paci - vennero addirittura usate in due sentenze per dimostrare come ad un certo punto Scarantino abbia tentato di minare il proprio percorso collaborativo e per sostenere che gli interrogatori fino al 18 agosto, invece, erano spontanei e genuini. Oggi sappiamo che è tutto falso ma dobbiamo rileggere tutto con attenzione”.

Il nome dei Graviano ed i mandanti esterni
Dalla confusione nei riconoscimenti delle persone tramite gli album fotografici, ai racconti totalmente inventati sulle fasi di preparazione dell’autobomba e del trasporto della macchina. Tutte le differenze tra i vari interrogatori e testimonianze dibattimentali sono state oggi via via messe in evidenza dal pm. Tra le circostanze “strane” evidenziate da Paci vi è la presenza di Giuseppe Graviano, inserito sin dal primo interrogatorio come tra i responsabili e che viene indicato dal magistrato come l’uomo che potrebbe portare ad un collegamento con eventuali mandanti esterni a Cosa nostra. “Quest’uomo è la persona che parteciperà a tutte le stragi, quella di Capaci, di via d’Amelio ed anche le successive del ’93-’94. E’ anche la persona su cui si accendono i riflettori per quel che riguarda tutte le possibili ed ipotizzabili connivenze, tutti i possibili contatti tra cosa nostra ed i mandanti esterni. Se c’è un filone di indagine che cerca di penetrare quei segmenti oltre cosa nostra sono quelli che seguono la pista di Giuseppe Graviano”.
“Quale sia la ragione del depistaggio - ha aggiunto il procuratore aggiunto - è al momento una teoria alla quale non possiamo dare risposte. Ci possono essere più ragioni ma sul terreno concreto della prova possiamo parlare solo di ipotesi. Se l’intento era impedire che certe indagini prendessi il via e che potessero portare a possibili mandanti esterni, questa via non è perseguibile. Se c’era un nome che non si doveva fare, secondo questa logica, questo era proprio quello dei Graviano che viene inserito sia per villa Calascibetta che per la carrozzeria di Orofino. In questa maniera si esercita una discovery sul nome che al tempo doveva rimanere coperto”.

I tentativi di ritrattazione
Tra gli aspetti di cui si dovrà tener conto per valutare la posizione di Scarantino vi sono anche i tentativi di ritrattazione ed una serie di iniziative effettuate per professare la propria innocenza. Tra gli episodi più eclatanti quanto avvenuto nell’estate del 1995 a San Bartolomeo a Mare. Una vicenda sviscerata nel corso del processo. “In quell’occasione Scarantino rilasciò un’intervista, in cui ritrattava tutto, sulle reti Mediaset. Su quanto avvenuto in quella giornata crediamo che le fonti che abbiamo ascoltato non sono affatto coerenti. Ognuna ha riferito la propria versione ma la più genuina ed affidabile è quella della moglie di Scarantino che scrisse nero su bianco tutto in una lettera indirizzata a Caselli, al Presidente della Corte d’Assise di Caltanissetta, al Presidente della Repubblica ed al Ministro della Giustizia”. Quanto scritto dalla signora Basile viene oggi confermato da Scarantino, anche se in passato lo stesso picciotto della Guadagna aveva smentito la versione da lei data in aula. “Scarantino ha una verità buona a seconda del tavolo a cui si siede - ha sottolineato il pm - la responsabilità è del magistrato e del poliziotto di fronte alla moglie e viceversa il suo agire è dettato dalle pressioni della moglie e della famiglia di fronte ai magistrati…. E’ calzante la definizione di piroetta per il passo che ha contraddistinto il suo percorso dichiarativo”. Cambi di versione che, ha spiegato il magistrato, si sono manifestati anche nella ritrattazione ufficiale del 1998 e poi nella ‘ritrattazione della ritrattazione’ del 2001: “Ampie riserve sull’attendibilità di Scarantino - ha infine concluso Paci - non sono state manifestate solo a Caltanissetta dai pm Boccassini e Sajeva con la loro lettera ma anche da Palermo. Lui si autoaccusa di dieci omicidi ma non ci sono stati mai processi per omicidi anche laddove vi erano riscontri di terzi… Per tutte queste considerazioni noi non possiamo ritenere attendibile Scarantino oggi”. Il processo è stato rinviato a domani mattina, alle 9.30, quando con ogni probabilità avrà termine la requisitoria e vi saranno le richieste di pena.


Aaron Pettinari (AMDuemila)



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