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Borsellino quater, chiesto l’ergastolo per i boss Madonia e Tutino PDF Stampa E-mail
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Scritto da Aaron Pettinari   
Lunedì 09 Gennaio 2017 22:22
di Aaron Pettinari - 14 dicembre 2016

Condanna all’ergastolo per i mafiosi Salvo Madonia e Vittorio Tutino, in quanto ritenuti responsabili della strage di via D'Amelio; condanna ad 8 anni e 6 mesi per Vincenzo Scarantino e 14 anni ciascuno per Francesco Andriotta e Calogero Pulci, i tre falsi pentiti accusati di calunnia per le false dichiarazioni rese durante le prime indagini sull'attentato che il 19 luglio 1992 costò la vita al giudice Paolo Borsellino ed ai 5 poliziotti di scorta. Sono queste le richieste di pena che il procuratore Capo di Caltanissetta, Amedeo Bertone (presente assieme al procuratore aggiunto Gabriele Paci ed al sostituto Stefano Luciani) ha rivolto alla Corte d’assise presieduta da Antonio Balsamo al termine della requisitoria.
Anche questa mattina i pm hanno ripercorso le varie fasi della collaborazione di Vincenzo Scarantino con la giustizia arrivando alla conclusione che questi “è attendibile quando parla di avere subito pressioni psicologiche per rendere determinate dichiarazioni sulla strage di via d’Amelio" anche perché “da solo, non avrebbe mai potuto imbastire una trama sulla strage di via d’Amelio talmente coerente da resistere a diversi gradi di giudizio”. Detto questo, però, “non è possibile ignorare che Scarantino si impegnò nell'accusare persone che sapeva innocenti e lo fece per un tornaconto personale, consistente nell'uscire dal carcere e avere dei benefici”.
A parere dei magistrati nisseni, dunque, “non è sostenibile neanche in astratto l’esistenza di uno stato di necessità di Scarantino. Lui è responsabile del reato di calunnia in quanto ci ha messo del suo. Ha sfruttato quelle conoscenze che aveva del contesto criminale in cui si trovava. Coscientemente accusa persone innocenti, investito dalla nuova missione di essere il ‘nuovo Buscetta’. Già precedenti giudici hanno scritto in merito al trasformismo di Scarantino evidenziando le contraddizioni ed il continuo travaglio interiore per una presupposta incapacità di resistere alle pressioni. Secondo noi si è prestato al gioco di un rapporto, nato malato, che per lui era la soluzione più conveniente. A volte comprese bene le finalità degli inquirenti, a volte mal interpretando le indicazioni e le suggestioni che venivano da quelle domande poste in modo disinvolto e suggestivo, inserendo circostanze inventate e riconoscibili con circostanze provenienti da quell’ambiente mafioso a margine del quale aveva vissuto”.

Quel depistaggio “oltre Scarantino”
Tuttavia, secondo i pm nisseni “le evidenti responsabilità” del picciotto della Guadagna “non coprono le responsabilità ulteriori che sono emerse”. Scarantino non può essere “una foglia di fico che mette il velo e copre quello che poi è accaduto”. “C’è uno spregiudicato utilizzo delle sue fragilità - ha proseguito Paci - un forzare la mano continuo delle attività di indagine per riuscire a dare valenza di prova a elementi che erano solo intuizioni fondate su una prima parte di attività d’indagine che erano basate in parte su fonti confidenziali, in parte su intercettazioni”.
Proseguendo nell’analisi delle anomalie il procuratore aggiunto nisseno ha ribadito come vi sia “traccia di abusi, di contatti irrituali e connivenze tra investigatori e indagati per la ricerca di elementi che sostenessero una pista investigativa che all'epoca era plausibile, ma si ignorarono i campanelli di allarme che arrivavano dalle dichiarazioni contraddittorie di Scarantino sulla strage di via D'Amelio". Contraddizioni devastanti come l’inserimento dei collaboratori di giustizia Salvatore Cancemi, Mario Santo Di Matteo e Gioacchino La Barbera che poi portarono a quei confronti con i veri pentiti che, di fatto, lo sbugiardarono completamente. Poi ci sono i problemi sul riconoscimento di alcune figure mafiose, quello degli stessi pentiti, il riconoscimento della carrozzeria di Orofino ed affini.
 

Gli aggiustamenti di San Bartolomeo
Per cercare di aggiustare i punti deboli delle proprie dichiarazioni Scarantino sarebbe stato aiutato da due appartenenti della Polizia di Stato durante il periodo in cui si trovava in Liguria a San Bartolomeo. “Scarantino ci ha parlato dell’aiuto che gli diedero Mattei e Ribaudo per aggiustare le dichiarazioni poco prima dell’esame a Roma - ha ricordato Paci nella requisitoria - Loro sono quelli che lui chiama come i suoi professori. E questi, quando avevano bisogno di un consiglio, a loro volta chiamavano La Barbera per avere delucidazioni. Di questi interventi a San Bartolomeo ci sono riscontri, anche documentali, e possiamo dire che creare una task force di uomini che fecero le indagini, presenti nel luogo in cui si trovava il collaboratore per aiutarlo a preparare il proprio esame non è certamente collegato ad un corretto svolgimento delle attività istituzionali”.
Il pm ha poi ricordato come “il dottor La Barbera ed il dottor Bo parlarono per primi con Scarantino a microfono spento, senza il difensore, nel corso dei colloqui investigativi. Sicuramente una persona preparata come La Barbera ebbe modo di comprendere bene la caratura del personaggio, di tastare il polso e capire quali fossero sue conoscenze. Non poteva non capire lo spessore intellettivo e criminale di Scarantino”. Secondo la ricostruzione di Paci, se da una parte non è possibile parlare di un “indottrinamento totalizzante”, perché altrimenti non si sarebbero commessi errori come l’inserimento dei pentiti alla riunione di villa Calascibetta, dall’altra è evidente l’utilizzo di strumenti come il colloquio investigativo per “preparare un personaggio fragile, psicologicamente labile per perseguire una pista, quella della Guadagna, che solo inizialmente poteva essere perseguita. Non poi, vista l’inconsistenza degli attori che via via, invece, davano sostanza a quella tesi”.

L’intuizione di Genchi
Il procuratore aggiunto ha anche ricordato come, all’interno del Gruppo Falcone e Borsellino vi fossero più idee di indagine che poi, in qualche maniera, non vennero sviluppate. Il riferimento è a quanto dichiarato da Gioacchino Genchi. “Elaborò una serie di tesi investigative. Alcune le abbiamo censurate, come il Castello Utveggio o l’utilizzo della telefonata per comprendere gli spostamenti di Borsellino ma a noi interessa il ricordo di un amico del dottor La Barbera, con cui aveva una confidenza sul piano umano e professionale. Genchi ricorda che tra gli aspetti che non si dovevano trascurare c’era proprio la vicenda Contrada, il cui arresto fu un evento drammatico… In quel momento nacque l’ipotesi di lavoro che vi fossero state delle resistenze contro le quali si era scagliato il dottor Borsellino. Dunque c’erano più idee, più filoni d’indagine da seguire.
Uno era più lungo nel tempo, l’altro era più concreto ed era collegato alla macchina rubata e a quegli elementi che abbiamo affrontato. Le idee di Genchi entrano in conflitto con quelle di La Barbera e dei magistrati. Quando poi nel maggio ’93 viene arrestato Pietro Scotto, Genchi rompe con La Barbera. Questi gli dice che doveva diventare Questore e che per Genchi c’era pronta una promozione…. Al di là delle piste diverse a noi interessa ricordare che, secondo quello che dice uno strettissimo collaboratore, il dottor La Barbera ai tempi era proiettato presso una soluzione dell’intera vicenda che per lui ebbe senz’altro un ritorno di carriera”.

Le scivolose dichiarazioni di Lo Giudice
Prima delle richieste di pena il procuratore Bertone è voluto tornare su uno degli ultimi episodi che ha visto la Corte impegnata in dibattimento, ovvero l’audizione dei collaboratori di giustizia Antonino Lo Giudice e Consolato Villani, e nell’acquisizione dell’audio del colloquio investigativi tra il primo e l’ex sostituto procuratore della Dna Gianfranco Donadio. Di fatto, secondo la Procura nissena “le dichiarazioni del pentito di 'ndrangheta Antonino Lo Giudice sono assolutamente inconcludenti per quanto riguarda i processi che ci riguardano”. Bertone ha dunque riportato alcune domande e risposte di quel colloquio investigativo del 14 dicembre 2012, per permettere alla Corte di valutare l’attendibilità del pentito, ascoltato in aula nei mesi scorsi, il quale ha dichiarato che Giovanni Aiello, anche noto come “faccia da mostro”, gli avrebbe fatto delle confidenze su omicidi, stragi e fatti criminali da lui compiuti. Tra questi persino la strage di via d’Amelio. “Le sue affermazioni vanno a configgere con il contributo che invece ha offerto Gaspare Spatuzza e per questo ci troviamo ad affrontare questi aspetti. Questo soggetto dice che Aiello avrebbe premuto il telecomando non si capisce se da un albergo, da un appartamento o da un’altra località di montagna; dice che avrebbe messo l’esplosivo nella macchina, lo inserisce in una serie di fatti criminali. Ma non ci sono riscontri…”.
Il processo è stato quindi rinviato al prossimo mese. Dal 9 al 13 gennaio, infatti, toccherà alle conclusioni dei legali di parte civile.


Aaron Pettinari



Foto © ACFB





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