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Borsellino quater, le difese di Andriotta e Scarantino: 'Loro burattini, ma altri tiravano fili' PDF Stampa E-mail
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Scritto da Aaron Pettinari   
Martedì 07 Febbraio 2017 22:58
di Aaron Pettinari - 7 febbraio 2016

“Andriotta, il mio assistito, può essere stato un burattino ma altri erano i burattinai. E di questo si deve tener conto quantomeno per concedere le attenuanti generiche”. A dirlo è l'avvocato Gianluca Orlando, difensore di Francesco Andriotta, il falso pentito accusato di calunnia assieme a Vincenzo Scarantino e Calogero Pulci al processo Borsellino quater (accusati di strage i boss Salvo Madonia e Vittorio Tutino) in corso di fronte alla Corte d'assise di Caltanissetta. Secondo il legale è troppo elevata una richiesta di pena a 14 anni per il reato di calunnia anche se “è vero che parliamo di fatti gravi e si parla del più grande depistaggio che sia mai avvenuto in questo Paese con 8 condannati innocentemente”.
L'avvocato Orlando, oggi impegnato nella sua arringa difensiva, ha spiegato come, a suo parere, non sia assolutamente credibile l'ipotesi di concorso nella calunnia tra il suo assistito e “il balordo della Guadagna”, Scarantino.
Nel ricostruire i fatti ha anche voluto citare il film per richiamare la responsabilità pesante che avrà la Corte nel motivare la sentenza ed affrontare proprio lo scabroso tema del depistaggio che venne messo in atto negli anni successivi la strage di via d'Amelio: “Nel nome del padre” (diretto da Jim Sheridan e vincitore dell'Orso d'Oro al Festival di Berlino nel 1994): “In quel film, che parla di una storia realmente accaduta a Londra, si raccontano le vicende in cui Gerry Conlon, il padre e altri suoi amici furono incolpati di un attentato ingiustamente, furono costretti con violenze fisiche e soprattutto psicologiche a confessare ed accollarsi quell'attentato, nonostante la sussistenza dei loro alibi. Qui la vicenda è simile. In quel film, dove vengono assolti anni dopo da quelle accuse, alla fine si legge che nessuno dei poliziotti che avevano compiuto certe azioni gravi vennero condannati né vennero rimossi. Questa Corte sarà chiamata a raccontare quel che è avvenuto in questi anni. E se si dovessero ritenere i soli Andriotta e Scarantino come autori del depistaggio mi sentirei offeso come cittadino”.
Il legale, che ha chiesto l'assoluzione del propro assistito ed in subordine la concessione delle attenuanti generiche equivalenti o prevalenti ed il dichiararsi la prescrizione dei reati contestati, ha replicato ai pm: “L'accusa sostiene che Andriotta non è meritevole di attenuanti perché non vi è stata una confessione spontanea. Il mio assistito però confessa sin dal primo momento utile, nel momento in cui viene messo davanti alle sue responsabilità. Lo ammette sinceramente. E non posso non ricordare le dichiarazioni durante il dibattimento, nel momento in cui urla il proprio disagio e le proprie difficoltà, arrivando a vergognarsi perché dice 'di aver fatto mettere in galera innocenti barattando la propria libertà a scapito di quella di altri'. E' dunque reo confesso dal luglio 2009. Nelle sue dichiarazioni ha anche messo un punto fermo, ovvero che certe dichiarazioni non erano farina del suo sacco ma che le avevano dette i poliziotti ma non aveva la consapevolezza che certi soggetti fossero innocenti”.
“Lui - ha aggiunto - ha anche spiegato i motivi che lo hanno portato a distruggere quei documenti che dichiara di aver ricevuto da Mario Bo e La Barbera... E' vero che, come dicono i pm, le dichiarazioni di Andriotta e Scarantino vanno maneggiate con cura... ma anche i poliziotti sentiti al processo hanno lasciato dichiarazioni omertose, come minimo trincerandosi dietro ai numerosissimi non ricordo. Poi magari non ci sono le prove per portare a processo certi soggetti perché mancano i riscontri certi e precisi, e c'è stata un'archiviazione. Ed altri poliziotti continuano ad essere indagati. Vedremo come proseguirà l'accertamento delle loro responsabilità. Perché l'hanno fatto? Forse per ansia da prestazione. Ricordiamo le pressioni enormi che c'erano sugli investigatori in quegli anni affinché si ottenessero risultati”.


Il convitato di pietra

Orlando ha dunque ricordato l'assenza di verbali e le omissioni svolte negli stessi, poi si è soffermato sull'operato di Arnaldo La Barbera. L'ex questore, a suo dire, “rappresenta il convitato di pietra di questo processo. Tutti l'hanno nominato. Quante domande avremmo fatto a lui, qualora fosse stato in vita. Perché ha scelto Andriotta? Ricordiamo che La Barbera adottava escamotage, come aveva già fatto con quel Pipino, detenuto ed agente provocatore per far chiacchierare Scarantino”.
A tracciare un quadro sulla personalità dell'ex capo della Mobile, ripercorrendo le varie testimonianze, è Calogero Montante, avvocato di Vincenzo Scarantino: “Sicuramente è un uomo severo, rigoroso, che pretende il massimo dai suoi collaboratori. Ma sa anche essere molto vendicativo quando comprende che i suoi uomini non danno il massimo. Ricordiamo le parole di Bo ma anche quanto ci ha riferito Genchi, l'unico tra i test, appartenenti o ex appartenenti della polizia giudiziaria che ha saputo prendere una posizione nei suoi riguardi. Ricordiamo anche cosa ci ha riferito il pm Petralia, allora giovane magistrato, che ha spiegato come specie nella prima fase La Barbera fosse il motore di tutta l'attività d'indagine. Di contro prendiamo la personalità di un uomo come Scarantino, influenzabile, fragile, schiavo delle proprie passioni elementari. Se dovessimo essere dei depistatori a chi potremmo appoggiarci, se avessimo bisogno di una testa di legno, di un fantoccio a cui mettere in bocca le praole che voglio per dare un corso preciso alle indagini diverso da quello che dovrebbero avere? Sicuro non mi rivolgerei ad un Cancemi”.
Durante la sua arringa, che proseguirà anche nella giornata di domani, Montante ha ripercorso le prime fasi del depistaggio, iniziato con le accuse e le violenze nei confronti di Salvatore Candura: “Lui è il 'Mery per sempre' della situazione. Lo arrestano con una motivazione, lo portano in caserma e quando lo arrestano gli chiedono del furto della 126. Certo, gli investigatori erano arrivati a lui dalle intercettazioni di Pietrina Valenti, che aveva denunciato il furto dell'auto, ma sono i poliziotti a chiedere a lui. Ed è Candura che ci racconta come è stato 'fracassato'. Un fatto inaccettabile in uno Stato di diritto. E cosa accade quando prova a proclamare la sua innocenza quando viene portato a l'Ucciardone? Viene nuovamente picchiato per la seconda volta. E di questo abbiamo anche altre testimonianze che lo confermano”. Montante ha poi spiegato come né Candura, né Scarantino, fossero appartenenti alla consorteria mafiosa. Ancora una volta è stato puntato l'indice contro l'operato dei funzionari di polizia, in particolare sull'utilizzo di colloqui investigativi che anticipavano gli interrogatori con i magistrati.


Scozzola: “Siano inviati alla Procura gli atti su pm e funzionari di polizia”

Facendo un passo indietro alla giornata di ieri va detto che si è tenuta la conclusione della discussione da parte del legale Giuseppe Scozzola, che rappresenta Gaetano Scotto. L'avvocato ha parlato delle convergenze che ci sono nelle dichiarazioni dell'ispettore Coltraro e quanto scritto che Rosalia Basile, ex moglie di Scarantino, scrisse nella lettera inviata tra gli altri al Presidente della Repubblica, al Presidente del Consiglio e al Presidente della corte d’Assise, raccontando per filo e per segno quanto avvenuto a San Bartolomeo a Mare dopo la famosa ritrattazione di Scarantino a Studio Aperto. Una lettera in cui si mettevano nero su bianco le minacce subite, la paura, la rabbia, e in cui si citavano nomi e cognomi di responsabili.
Scozzola ha concluso depositando una memoria, facendo presente chiedendo l'affermazione di responsabilità di entrambi i soggetti per cui il suo assistito è costituito parte civile, senza chiedere il risarcimento danni se non la remissione delle parti davanti al giudice civile competente e, contestualmente, ha chiesto la trasmissione alla Procura competente di alcune udienze del processo.
“Vanno trasmesse le trascrizioni d'udienza - ha detto Scozzola - quelle che riguardano le escussioni di alcuni pm di allora (Carmelo Petralia, Anna Maria Palma) ed anche dei funzionari di polizia (Mario Bo, Vincenzo Ricciardi, Salvatore La Barbera, Gioacchino Genchi). Dalla richiesta di rinvio io escludo qualcuno (Antonino Di Matteo) perché ritengo personalmente che non ci sia stato dolo o colpa ma probabilmente inesperienza, anche se è poco opportuno sostenere certi fatti”.


Aaron Pettinari (AMDuemila)



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