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Salvatore Borsellino: 'La mafia è cambiata ed è più forte che mai' PDF Stampa E-mail
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Scritto da Savino Balzano   
Sabato 18 Febbraio 2017 18:46

di Savino Balzano - 17 febbraio 2017

Te ne accorgi subito se quella che ti stanno rilasciando è un’intervista importante. Così è stato con questa preziosa testimonianza offertaci da Salvatore Borsellino e pertanto vi invitiamo a leggerla fino in fondo. Ne è venuto fuori un percorso arricchente, intriso di dignità e senso civico. È narrazione umana di colui il quale Agnese Piraino Leto definì un pellegrino francescano sulla terra, fino al giorno dell’attentato in via D’Amelio, quando sua madre Maria Pia Lepanto chiese ai figli superstiti – Salvatore e Rita – di non lasciare morire il sogno di Paolo Borsellino. È il racconto della tragedia interiore di un uomo di Stato, forse convinto che pezzi di esso stessero trattando con gli assassini di colui il quale davvero gli era fratello perché il vero fratello di Paolo si chiamava Giovanni Falcone. È un sentiero che ci porta a comprendere quanto importante sia l’antimafia, con tutte le sue contraddizioni, e quanto prezioso sia il ruolo di movimenti come quello de “Le Agende Rosse”, che lo stesso Salvatore ha voluto promuovere nel 2009 insieme a persone che hanno fatto della ricerca della verità e della giustizia quasi la propria ragione di vita. Alla fine di questo cammino v’è l’amara consapevolezza del fatto che la mafia ha una capacità di trasformarsi grandissima e resta pericolosissima in quanto è diventata altro: finanza, accaparramento degli appalti, traffico dei rifiuti pericolosi ed è come un tumore entrato in metastasi.

È una vita, quella di Salvatore Borsellino, interamente vissuta con l’umiltà di chi non vuole parlare di sé ma solo di suo fratello, nonostante di questi assai degnamente rappresenti il sogno: quello di un paese migliore e più giusto per i giovani, sui quali fondare una ritrovata e doverosa speranza perché la mafia in ogni caso è qualcosa da combattere e da combattere con tutte le proprie forze.


Una volta Agnese Borsellino ha definito suo marito Paolo come un uomo semplice, un tipo francescano, un pellegrino sulla terra, un uomo che aveva un fanciullo vivo dentro di sé e che si emozionava per le cose più semplici, come una pianta fiorita sul balcone. Eppure, la stessa Agnese disse che una delle più grandi conquiste del giudice sia stata quella di riuscire a emozionare tutti, buoni e cattivi. Chi era Paolo Borsellino, aldilà del mito?

“Mio fratello era un uomo che aveva sviluppato una fede molto profonda. Credo sia giusta la definizione che ne diede Agnese e non vorrei in qualche misura apparire blasfemo, ma mi viene in mente l’immagine di S. Francesco. Era un uomo dalla fede profondissima e insieme era una persona semplice: per questo emozionava. Certamente non voglio equipararlo a S. Francesco, ma la purezza della sua fede faceva sì che chi entrasse in contatto con mio fratello provasse certe emozioni. Quelle emozioni credo che Paolo riesca a generarle anche da morto: io incontro tanti giovani, giovani che in effetti Paolo non lo hanno mai conosciuto, però a loro in qualche maniera il suo messaggio è riuscito ad arrivare lo stesso, è riuscito a superare anche la morte”.

 

Com’è cambiata la sua vita dal giorno dell’attentato a suo fratello e cos’è successo dentro di lei dopo il 19 luglio del 1992?
“Immediatamente dopo la sua morte vidi la reazione della gente all’attentato e lo sparire dell’indifferenza. I balconi della città di Palermo si riempirono di lenzuola che riportavano scritte contro la mafia e questo a Palermo voleva dire dichiararle guerra. Non era un messaggio generico: voleva dire che chi si affacciava da quel balcone, con i propri figli che uscivano da quel portone per andare a scuola, col proprio negozio all’angolo della strada dove magari fino al giorno prima aveva sempre pagato il pizzo, si ribellava a quel sistema. Ecco, vedendo tutto ciò e vedendo anche quella che sembrava essere la reazione dello Stato, della parte pulita dello Stato, arrivai a pensare – non le appaia blasfemo neanche questo – che, se Dio avesse voluto che mio fratello morisse perché il nostro paese potesse cambiare, io avrei dovuto ringraziarlo di averlo fatto morire perché sapevo che quello era il sogno di Paolo ed ero sicuro che ovunque si trovasse – se esiste un’altra vita dopo la morte – mio fratello sarebbe stato felice di vedere che, anche se in braccio alla sua stessa morte, il nostro paese stesse per cambiare, stesse veramente cambiando.
Questo sentii subito dopo la morte di Paolo e per qualche anno, fino a quando invece mi resi conto che l’indifferenza stava rimontando e che la reazione dello Stato poco a poco si affievoliva e scompariva, forse perché qualcuno doveva pagare le cambiali di una trattativa che era stata conclusa e che era costata la vita a mio fratello. Assistendo a ciò, persi la speranza e ritenni di aver perso il diritto di parlare in nome di Paolo, che la speranza l’aveva mantenuta fino all’ultimo giorno della sua vita e quindi per dieci anni sono stato in silenzio e non ho più obbedito al compito che mi aveva affidato mia madre. Il giorno dopo la morte di Paolo, mia madre chiamò me e mia sorella Rita e ci disse: «voi adesso dovete andare dappertutto a parlare, dovunque vi invitino, per non lasciare morire il sogno di Paolo».
Il giorno in cui persi la speranza, smisi anche di parlare e a lungo tacqui. Dovetti fare il cammino di Santiago, idealmente con mio fratello, per trovare la forza di ricominciare a parlare. Quando lo feci, capii che era soprattutto la rabbia a spingermi a farlo, non più la speranza, nel vedere come il sacrificio di mio fratello sembrava essere stato inutile. La rabbia mi ha portato però a incontrare tanti giovani e incontrandone tanti sono riuscito finalmente a capire da dove derivasse la speranza di Paolo, la speranza che nell’ultimo giorno della sua vita gli poteva far scrivere una lettera dove diceva di essere ottimista. Capii che la speranza di Paolo era nei giovani ed è quindi nei giovani che fondo la mia di speranza perché il sogno di mio fratello possa realizzarsi”.

 

La figura di Borsellino è inevitabilmente associata nell’immaginario collettivo a quella di Giovanni Falcone. Sono considerati indissolubilmente legati tanto nella loro eroica azione civile, quanto nella loro tragica fine fisica. Ma qual è la differenza tra le due stragi? Dire che entrambi siano “vittime della mafia”, con questa espressione un po’ generica, è sufficiente a spiegare le ragioni e la natura dei due attentati? Qual è la differenza, se c’è, tra l’esplosione di Capaci e quella di via D’Amelio?
“Falcone e Borsellino erano stati condannati a morte dalla c.d. cupola nel dicembre del 1990, durante la riunione che chiamavano “degli auguri di Natale”, quando tutti i referenti della mafia andavano a omaggiare Totò Riina. In quella sede è stata decretata, a quanto riportano alcuni collaboratori di giustizia, la condanna a morte di Paolo e di Giovanni. Ritengo che la strage di Capaci sia stata fondamentalmente dettata da una vendetta della mafia, anche se ciò non basta perché pure in quel caso non può essere stata soltanto la mafia a ordire un attentato di tali dimensioni. Non si può riempire un’autostrada di esplosivo senza un qualche tipo di connivenza e qualche tipo di aiuto a chi debba realizzare tale operazione. Tuttavia la continuo a considerare fondamentalmente una strage di mafia.
La strage di via D’Amelio invece fu qualche cosa di affrettato: doveva essere fatta e doveva essere fatta in quel preciso momento. La mafia per eseguire quella condanna a morte comminata nel ’90 avrebbe saputo aspettare, dal momento che non conveniva alla mafia stessa un’altra azione di quelle dimensioni: erano trascorsi solo cinquantasette giorni dalla strage di Capaci. Paolo doveva essere eliminato ed eliminato in fretta. Non solo, dal momento che non bastava l’eliminazione fisica di Palo: doveva sparire quell’agenda rossa in cui sicuramente avrà annotato quello che aveva scoperto sulla morte di Falcone, ma anche su quella trattativa che ritengo fosse stata avviata e per la quale Paolo sarebbe stato un ostacolo insormontabile. Con Paolo in vita, quella trattativa non avrebbe potuto andare avanti e quindi andava eliminato e in fretta, prima che potesse magari rivelare all’opinione pubblica l’esistenza della trattativa stessa. E doveva sparire la sua agenda rossa”.


Dottore, che cos’è la “dissociazione”? Ritiene che sia vero che il giudice ne venne a conoscenza quel giorno al Ministero, dopo aver interrotto il colloquio con Gaspare Mutolo, e pensa la reazione che ebbe a tale scoperta possa essere stata la sua condanna a morte?

“Si. Penso che la scoperta dell’esistenza della trattativa, come anche il fatto che uno degli elementi che la caratterizzassero fosse proprio il riconoscimento della dissociazione, così com’era stato fatto per le Brigate Rosse, abbia sicuramente portato Paolo a una reazione come quella che descrive Gaspare Mutolo. Mutolo ha raccontato che Paolo, al ritorno da quell’incontro, addirittura tentò di accendersi una sigaretta mentre ne teneva in bocca un’altra. Paolo era estremamente agitato e un’ipotesi potrebbe essere che abbia reagito in quella maniera, venuto a conoscenza di quella possibilità. La dissociazione poteva essere giustificata e riconosciuta per quanto riguarda le Brigate Rosse e quei terroristi mossi da elementi ideali di un certo tipo, dal momento che per essi la dissociazione costituiva una pesantissima abiura e questo è dimostrato dal fatto che ancora oggi alcuni di loro si rifiutino di dissociarsi e siano ancora in galera. Per il mafioso, la dissociazione avrebbe significato soltanto il passare dalla parte dello Stato, ma senza rivelargli alcun elemento utile a sconfiggere l’organizzazione criminale. Ad un’ipotesi del genere, Paolo sarebbe senza dubbio stato estremamente contrario e questo avrebbe potuto giustificare la sua reazione”.

 

Come la vede questa cosa della testimonianza di Riina? Non potrebbe essere la chiave di volta nell’interpretazione della c.d. trattativa tra Stato e mafia?
“Prima di tutto questa testimonianza non c’è, dal momento che come avrà visto Riina si è tirato indietro. Ad ogni modo ritengo che da personaggi di questo spessore criminale non ci si possa aspettare nessun tipo di elemento che aiuti la giustizia. Almeno io non mi aspetto nulla. Se ci fosse stata questa testimonianza, al suo interno sicuramente ci sarebbero stati dei messaggi criptati – rivolti ai suoi accoliti o a quella parte dello Stato che ha ritenuto di poter trattare con la mafia – come a dire «attenzione perché io potrei parlare!». Guardi, forse il fatto stesso di aver detto di voler parlare, per poi tirarsi indietro, costituisce già un messaggio che Riina ha voluto lanciare a qualcuno”.


Cos’è l’associazione “Le Agende Rosse”?

“È un movimento, soprattutto ideale, costituito da persone che hanno fatto della ricerca della verità e della giustizia quasi la propria ragione di vita. Nel nome di questo martire dello Stato che è stato Paolo Borsellino, questo martire della verità e della giustizia, delle persone hanno scelto di lottare. Non lo fanno solo per commemorare il ricordo di Paolo, ma anche per affermare che via D’Amelio è stata una strage che ha costituito uno snodo importante nella storia d’Italia e che sia doverosa la verità su quanto accaduto anche in relazione a tutte le altre stragi di Stato che hanno costellato la vita del nostro paese”.


Paolo Borsellino una volta disse di dover fare in fretta, consapevole del fatto che fosse ormai giunto il suo turno. Peraltro in diverse occasioni pare fece anche riferimento al fatto che i mandanti del suo omicidio non sarebbero nemmeno stati dei mafiosi, bensì pezzi deviati e infedeli dello Stato. Come si vive secondo lei con una tale consapevolezza? E come si può continuare a fare il proprio dovere e impegnarsi con una tale consapevolezza? Lei come ci riesce e che cosa la muove?

“Io non voglio parlare di me, voglio parlare di mio fratello. Io ricordo Paolo da ragazzo e aveva un senso dello Stato grandissimo. Di mio fratello voglio dire questo: la cosa più terribile per Paolo Borsellino dev’essere stato il momento in cui si è reso conto che pezzi di quello Stato cui aveva prestato giuramento stavano tramando per la sua morte e, soprattutto, stavano trattando con gli assassini di colui il quale davvero gli era fratello. Il vero fratello di Paolo si chiamava Giovanni Falcone. Quando si è reso conto che pezzi dello Stato stessero trattando con gli assassini di suo fratello, io credo che Paolo Borsellino abbia addirittura desiderato di morire. Devono essere stati momenti terribili: Paolo sapeva di dover morire ed è per questo che continuava a dire di dover fare in fretta e sapeva soprattutto che la mano che lo avrebbe colpito non
sarebbe stata soltanto di mafia. Questo deve essere stato straziante per mio fratello”.


Una volta Borsellino disse: «Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene». La mafia è sconfitta?

“Parlare della mafia è fondamentale perché essa c’è ancora ed è molto più potente di prima. Sono stati assestati dei colpi forti alla mafia c.d. militare, ma esistono ancora uomini del calibro di Matteo Messina Denaro che, come una volta Riina e Provenzano, da decenni conducono una latitanza che non potrebbe continuare se non ci fossero degli appoggi da parte di pezzi deviati dello Stato. La mafia ha cambiato aspetto. Non è più rappresentata dai morti ammazzati per le strade, quelli che mi hanno fatto lasciare Palermo più di cinquant’anni fa, non è più così visibile. Resta però pericolosissima in quanto è diventata altro: finanza, accaparramento degli appalti, traffico dei rifiuti pericolosi. La mafia ha una capacità di trasformarsi grandissima e se la gente non si rende conto di questo allora davvero il pericolo è estremamente più concreto. Mi capita spesso – durante gli incontri che tengo qui al nord – di sentir dire che la mafia sia solo un problema nostro, del sud Italia: la gente purtroppo non si rende conto che oggi la mafia è come un tumore entrato in metastasi e ha aggredito tutte le cellule dell’organismo. Oggi la mafia è molto più presente qui, al nord, che in quel sud dal quale io sono fuggito, letteralmente fuggito, cinquant’anni fa.
La mafia non si vede, ecco perché è fondamentale che se ne parli. Purtroppo i politici non ne parlano. Io le chiedo se lei ricorda un solo esponente politico che nel proprio programma metta come primo punto, come dovrebbe essere, il problema della mafia che è il principale nel nostro paese. Questo tema, la lotta vera e determinata alla mafia, dovrebbe essere in testa a tutti i programmi elettorali. Invece ci si limita alle felicitazioni, da parte dei Ministri, quando viene assestato un colpo e viene catturato qualche latitante. Bisogna ricordare con forza che in Italia la lotta alla mafia non viene condotta dallo Stato nella sua totalità, ma solo da alcune istituzioni: la magistratura e le forze dell’ordine, così com’è sempre stato.
Queste istituzioni sono spesso lasciate sole dal resto dello Stato, come fu lasciato solo e isolato Carlo Alberto dalla Chiesa quando venne mandato a Palermo, e per questo venne ucciso, e come vennero lasciati soli Giovanni Falcone e Paolo Borsellino dopo il maxiprocesso, quando lo Stato perse l’occasione per dare il colpo di grazia alla mafia. Si preferì disciogliere il pool antimafia, si costrinse Giovanni Falcone ad andare a lavorare a Roma e si misero nell’angolo dei magistrati che avevano conseguito un successo epocale”.

In più di un’occasione Borsellino evidenziò che per vincere sulla mafia fosse necessario far leva sulle giovani generazioni. Si è fatto e lo si sta facendo abbastanza? Il tasso di precarietà economica e sociale nel paese è tanto accentuato da causare persino il suicidio di alcuni giovani: ritiene che questo costituisca terreno fertile per le organizzazioni criminali?
“Sicuramente costituisce terreno fertile e non tanto per via della mafia armata, quanto piuttosto per i grossi capitali gestiti dall’economia sporca, l’economia del riciclaggio. Da questo punto di vista il pericolo è estremamente grave. Non ritengo che sia stata portata avanti alcuna politica a vantaggio dei giovani, anzi! Qualche Ministro li ha persino invitati a lasciare il paese, quando è proprio questa la nostra rovina: il fatto che tanti giovani si allontanino, non trovando qui il proprio futuro. Però devo dire che, se davvero in questo paese ancora brilla una speranza, proprio come diceva Paolo, essa è rappresentata dai giovani: forse solo da un completo ricambio generazionale potrà veramente venire un futuro per il nostro paese, la sconfitta della mafia e “quel fresco profumo di libertà” di cui parlava Paolo quando era in vita”.


Borsellino disse che “la lotta alla mafia (…) non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti”. Lei ritiene che sia così oggi? Inoltre le chiedo questo, ossia una riflessione proprio sull’antimafia: pensa che certi eroi siano stati strumentalizzati in politica, nelle televisioni e sui giornali? E non mi riferisco soltanto ai magistrati o alle forze dell’ordine: penso ad esempio a Peppino Impastato e Pippo Fava.

“Purtroppo certe persone, come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, sono state uccise per poterne poi interpretare a proprio uso le parole. Purtroppo, è capitato che l’antimafia abbia costituito un trampolino di lancio per persone che di essa abbiano semplicemente fatto un mezzo per poter fare carriera politica o altro. Questo è aggravato dal fatto che spesso le associazioni antimafia sono addirittura in contrasto tra di loro. Bisognerebbe che tutte le organizzazioni che combattano davvero per la legalità e la giustizia lavorino insieme, mentre a volte tra le associazioni nascono dei contrasti, come se si volesse ottenere il monopolio della lotta per la la verità e questo è un serio problema nel campo dell’antimafia. Il nostro campo poi spesso è inquinato da persone che lo utilizzano per avere un palcoscenico e per aprirsi la strada nella politica. Questi soggetti sono ben poco utili, dal momento che il più delle volte con la mafia – o con chi le sta attorno e con essa condivida interessi – preferisce accordarsi”.


Dottore, l’ultima domanda vuole essere volutamente provocatoria: c’è chi dice, magari al bar, che la mafia altro non sia che un ordinamento alternativo, che si sviluppa laddove lo Stato è assente, fornendo supporto alla popolazione di un determinato territorio. Il modello che probabilmente maggiormente rappresenta questa idea è stato quello di Cutolo in Campania. Pensa che sia vero? La mafia può fare anche del bene o avere dei lati per certi versi positivi in termini di mutuo soccorso?

“Mio fratello diceva che la mafia e lo Stato insistono sullo stesso territorio e si arrogano gli stessi compiti, pertanto v’è una sola possibilità: si combattono o si mettono d’accordo. Purtroppo, nel nostro caso, soprattutto da parte della politica, spesso si è preferita la seconda strada alla prima. In merito a quanto mi chiedeva, le dico che è vero che la mafia possa dare lavoro, ma lo dà a pochi togliendolo a molti. Se le regioni del sud non hanno avuto il processo di industrializzazione che ha caratterizzato quelle del nord, è proprio perché la mafia lo ha impedito. Non si può avviare un’industria o lanciare un’iniziativa economica se si devono pagare due volte le tasse: allo Stato e alla mafia. La mafia difende i privilegi di pochi a danno dei diritti di molti e costringe la gente a elemosinarli quasi fossero dei favori. Chi dice che la mafia abbia qualcosa di positivo sbaglia: non c’è mai stata una mafia buona.
Forse in passato c’è stata una mafia che almeno obbediva a certi principi, ma essi restavano distorti: una mafia buona non è mai esistita. I mafiosi per certi periodi possono aver evitato di ammazzare le donne e i bambini, ma restavano dei criminali in ogni caso. Anche quella di Tommaso Buscetta, che decise di collaborare per combattere una deriva che la mafia stava prendendo, rimane una visione distorta perché, ripeto, una mafia buona non è mai esistita e non esisterà mai. La mafia in ogni caso è qualcosa da combattere e da combattere con tutte le proprie forze”.



 

Savino Balzano (tratto da:lintellettualedissidente.it)








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