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Ciccio Miano: 'Belfiore mi disse che per l'omicidio Caccia dovevamo ringraziare i calabresi' PDF Stampa E-mail
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Scritto da Giuseppe Legato e Massimo Numa   
Sabato 18 Marzo 2017 11:09

di Giuseppe Legato e Massimo Numa - 17 marzo 2017

«Avvocato, ma perché mai i servizi segreti civili, in pieno terrorismo, si sono occupati di un pentito dei catanesi che agiva a Torino in un contesto criminale oggetto di indagini di polizia e carabinieri, degli apparati preposti alla repressione della malavita organizzata?». L’avvocato Fabio Repici, che tutela la famiglia del procuratore Bruno Caccia, ucciso da un commando dell’ndrangheta il 26 giugno 1983, sorride e non risponde. «Chiedetelo ai magistrati che indagavano subito dopo l’omicidio”. Intanto, ripreso di schiena, in video-conferenza, il pentito Francesco “Ciccio” Miano, pluriomicida, ha risposto alle domande del pm Marcello Tatangelo, della parte civile e dell’avvocato della difesa di Rocco Schirripa - unico imputato, ma solo per ora, del delitto - Mauro Anetrini, con una serie infinita di “…non ricordo, non mi pare…”. 


«Dovevamo ringraziare loro, i calabresi»  
Sicuro solo su un punto: “Domenico Belfiore - condannato all’ergastolo come mandante del delitto - mi disse che per quell’omicidio dovevano ringraziare loro, i calabresi, in particolare lui”. Registrò, con un sofisticato apparecchio a bobina, sistemato sul corpo durante i colloqui, avvenuti nel carcere dove erano entrambi detenuti, ben 36 conversazioni. Le trascrizioni storicizzano la nascita e la fine di quella strana alleanza, tra calabresi e siciliani, che insanguinò per anni le strade di Torino e dintorni, in un asset criminale che già sapeva di una fase due, cioè con gravi contiguità con il mondo degli affari e della politica sabaudi. Compresa una serie di sequestri di persona. 

«Killer da fuori? Non ricordo»  
La voce roca di Miano, con un accento marcatamente catanese, arriva indecisa e con un tono, se si può così definire, seccato e incerto. L’avvocato Anetrini lo riporta ai vecchi verbali e così lui, alla fine, conferma le sue parole di decenni fa: «Se ho detto quelle cose erano vere…». Anche quando il legale gli ricorda un fatto inquietante, cioè che - decisa la morte di Caccia . era stato concordato che i killer dovevano venire da fuori mentre i torinesi era meglio se ne andassero in vacanza, proprio in quel periodo. «Chi le annunciò la visita in carcere - incalza Repici - del dottor Ferretti del Sisde?». Milano: «Il medico Remo Urani… il resto non lo ricordo». Giudizio della parte civile: «Testimonianza reticente». 

«Uccidevamo per fare un favore»  
Segue il fratello di Ciccio Milano, Roberto. Anche lui in video-conferenza per motivi di sicurezza, anche perché il pentito Tornatore, in aula, ha detto che lui non parlerà più, anche rischiando una denuncia: «Ho paura per la mia famiglia e per me». Roberto precisa che gli unici interlocutori dei calabresi erano sempre Domenico Belfiore, Mario Ursini, Placido Barresi (mister 12 omicidi). Si incontravano nei bar del centro o in periferia, in Barriera Milano. «Ma comandava solo uno: Belfiore, Domenico Belfiore». Fece da tramite, gli ricorda Repici, il calabrese Mimmo Gullace, amico d’infanzia di Belfiore. Torna alla memoria il delitto del calabrese, 1976, di Paolo Gattuso. Massacrato dai catanesi a Vinovo su richiesta del clan Belfiore.  

«Caccia ce l’aveva con noi e loro»  
«Il procuratore era un duro, incorruttibile, inavvicinabile» e dunque «andava eliminato». Spuntano altri nomi: Calabrò, Latella, di nuovo Remo Urani. Era stato chiesto a Roberto Miano di aiutare lo Stato ad arrestare il latitante, il pluri-assassino, capo dell’organizzazione terrorista Prima Linea, Sergio Segio che in allora si nascondeva a Torino. Ma l’esecuzione di Caccia è stata ritardata di qualche mese su richiesta dei catanesi? «…Non ricordo…». Anche la difesa insiste sulla figura di Sergio Segio. «Mai conosciuto - dice Miano - avevamo avuto l'incarico di contattare una persona vicina a Prima Linea, un simpatizzante per arrivare poi a Segio». 

Si riprende il 29 marzo, con i testi convocati dalla parte civile. Oltre a Caccia, c'era un altro magistrato nel mirino: il giudice Sorbello. I catanesi dovevano occuparsi di quest'ultimo, i calabresi di Caccia. 


di Giuseppe Legato e Massimo Numa (La Stampa)


 

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