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Dialogo di un poliziotto e di un manifestante, un giorno prima del G7 PDF Stampa E-mail
Editoriali - Lettere Aperte
Scritto da Federica Fabbretti (Agende Rosse) e Luigi Lombardo (Siap Palermo)   
Venerdì 26 Maggio 2017 09:29
di Federica Fabbretti e Luigi Lombardo - 26 maggio 2017

Era una sera di giugno di qualche anno fa. Squillò il telefono e Federica Fabbretti mi parlò di questa sua idea. Lo avremmo letto lì, in via D'Amelio, non luogo di morte ma di vita, luogo di incontro di strade che si uniscono e orizzonti che si allargano. Società civile che diventa civiltà comune, storia comune. Nacque così, scritto a 4 mani e letto a due voci il DIALOGO DI UN POLIZIOTTO E DI UN MANIFESTANTE.
Ci sarà il G7 a Taormina e tutti hanno diritto a manifestare il loro dissenso e ad esprimere le loro idee, tutti! Ma nessuno ha il diritto di far del male a nessun altro.
Non ho la presunzione di pensare che il nostro DIALOGO possa evitare scontri o problemi (che fortemente ci auguriamo che non ci siano), ma se qualcuno ci rifletterà su almeno un poco forse.

DIALOGO DI UN POLIZIOTTO E DI UN MANIFESTANTE
Ci sono sempre quelli che dicono, quelli che dicono anche se non dovrebbero dire, forse farebbero bene a non pensare nemmeno, ma ci sono. Sono ovunque, tra la gente comune e tra chi li rappresenta cercano solo fratture e divisioni, tramano nell’ombra, parlano, agiscono e vestono in mille modi diversi, escogitano, dicono e vogliono.

Vogliono che io ti guardi e che veda in te il mio nemico,

una persona senza nome, uno dei tanti, tutti uguali, tutti neri, coperti da un casco e da una maschera antigas, con un manganello in mano, pronto a fare del male.
Vogliono che io ti guardi e che veda in te il mio nemico,
una persona senza un ideale, senza una dignità, senza un’opinione, servo dei servi, una persona che tradisce i suoi stessi cittadini, difendendo gli oppressori.
Vogliono che io ti guardi e che veda in te il mio nemico.

Vogliono che io ti guardi e che veda in te il mio nemico, una persona che ci odia, che non ha un buon motivo per stare lì se non quello di picchiare un poliziotto e spaccare tutto.
Vogliono che io ti guardi e che veda in te il mio nemico, una persona che ignora tutto il mondo che c’è sotto una divisa, che non capisce che i suoi problemi sono anche i miei, che la disoccupazione, la casa, la scuola, la sanità sono drammi che per primo vivo io e che vorrei magari condividere con lui le ragioni della protesta.
Vogliono che io ti guardi e che veda in te il mio nemico.

Vogliono che io ti guardi e che le prime due emozioni che emergano, contemporaneamente, siano la rabbia e la paura. La rabbia, per le violenze subite da cittadini inermi e mai punite; la paura, di essere il prossimo a subirle.

Vogliono che io ti guardi e che le prime due emozioni che emergano, contemporaneamente, siano la rabbia e la paura. La rabbia di chi sa che, qualunque cosa succederà in piazza, saranno sempre e solo i poliziotti ad averne le colpe, la paura di lasciarci le penne, portare a casa fratture e suture e che, qualunque cosa accada, il mio stipendio non basterà a pagare gli avvocati e distruggerà l’economia fragile della mia famiglia.

Vogliono che io guardi le squadre nere che vi assalgono e che, dentro di me, sussurri “bravi”.

Vogliono che io guardi le manganellate e pensi “ben vi sta”.

Vogliono che io ti guardi e che veda in te il mio nemico: una guardia.
Vogliono che io ti guardi e che veda in te il mio nemico: un manifestante.

Eppure, in questa giornata, io ti guardo e vedo soltanto Rocco, Antonio, Vito, Vincenzo, Emanuela, Agostino, Walter e Claudio, Poliziotti sì, ma miei fratelli, sorelle, figli, figlie, compagni, amici.

Eppure, in questa giornata, io ti guardo te e vedo soltanto Peppino Impastato, Danilo Dolci, Mauro Rostagno, che mettevano in pratica la disobbedienza civile, sì, ma erano e sono miei compagni e combattevano anche per me.

Vogliono che ci guardiamo l’un l’altro e che identifichiamo il nostro nemico nel colore dei vestiti che indossiamo e non nel sopruso, da qualsiasi “colore” esso sia commesso.

Vogliono che la frustrazione, la rabbia e la paura oscurino la nostra capacità di ragionare e di sentire.

Quello che vogliono è che si scelga la violenza. Perché la violenza è l’antitesi non solo della pace ma anche della logica e della razionalità. E finché saremo impegnati ad usare violenza non avremo il tempo di riflettere e trovare il giusto modo per raggiungere l’obiettivo, che è solo uno: la giustizia. In ogni sua forma e dimensione, sia questa in un tribunale, in un ospedale, sul posto di lavoro.

Questa giornata è la dimostrazione che il nostro nemico è un altro e che, alla fine dei giochi, è lo stesso: la violenza. Non solo la violenza fisica, quella risulta meno grave alla Storia, ma soprattutto la violenza morale, la sopraffazione del più debole. L’ingiustizia impunita.

Questa giornata ci trova schierati dalla stessa parte e, se si è capaci di farlo una volta, lo si può fare ancora. Ma non diventando tutti poliziotti o tutti manifestanti – come spesso ci viene chiesto -, non imponendo all’altro il proprio modo di migliorare questa società, quanto difendendo, qualsiasi sia la nostra occupazione e qualsiasi colore indosseremo alla prossima manifestazione, l’importanza dell’onestà intellettuale e il rifiuto dell’abuso e della violenza. Ricordandoci sempre che il nostro comune obiettivo non è la vittoria della squadra rossa o di quella nera ma quella della squadra dei giusti e degli onesti.

Federica Fabbretti (Agende Rosse) e Luigi Lombardo (Siap Palermo)

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