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Borsellino disse alla moglie Agnese: 'Ho visto la mafia in faccia' PDF Stampa E-mail
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Scritto da Pippo Giordano   
Venerdì 02 Giugno 2017 10:12
di Pippo Giordano - 2 giugno 2017

Tra Capaci e via D'Amelio ci furono i 57 giorni degli sciacalli. Beceri individui pianificarono la strage di via D'Amelio e chissà quanti abbracci e sorrisi giudaici di presunti “amici” accompagnarono gli ultimi giorni di Borsellino. Poi, dal 58° giorno, numerose furono le iene che si avventarono sui resti dei corpi maciullati dall'esplosione di via D'Amelio, rubando persino l'Agenda rossa di Borsellino.
Non ci giro attorno, voglio essere diretto come sempre, non fosse altro per gli ideali di giustizia e di verità che condivisi con Uomini che pagarono un alto tributo di sangue in una terra, sovente lasciata in balia della violenza mafiosa. Oggi, quando vedo certuni parlare di “antimafia”, mi s'arrivugghia u stomacu. Veder tutti questi “amici” sbocciati come un campo di tulipani ad ogni anniversario delle stragi mi lascia basito. Per fortuna, oramai, tanti pseudo “amici” li conosciamo, ma Paolo Borsellino non fece in tempo a vedere i volti nascosti dalle maschere. Quando penso che, a distanza di ben 5 lustri, la verità viene ancora negata, mi domando perché non si riesca a scardinare il muro di gomma che impedisce di far luce sulla strage. Una verità resa ancor amara, laddove si continua a negare l'esistenza di un depistaggio operato in via D'Amelio. La vicenda del pisciteddu di cannuzza Scarantino è la prova provata. Siamo prodighi di richieste di verità – legittime – ad altri Paesi, come nel caso di Giulio Regeni, e di contro non siamo capaci, nemmeno dopo 25 anni, di far luce sui misteri che diedero luogo alle stragi del '92/'93.
Suvvia, smettiamola di prenderci in giro, diventiamo almeno per una volta un Paese serio. Un lieve sussulto di dignità non guasterebbe, anzi potremmo dare l'esempio alle giovani generazioni. Pensando a Paolo Borsellino, la mia mente corre verso l'articolo del quotidiano la Repubblica a firma di Attilio Bolzoni e Francesco Viviano, del 14 ottobre 2009, ove sono riportate le parole che Agnese Borsellino spontaneamente disse ai procuratori di Caltanissetta Sergio Lari e Domenico Gozzo. La signora Agnese raccontò che quando suo marito tornò da Roma, venerdì 17 luglio 1992, si comportò in modo insolito: giunto a Palermo, non era nemmeno passato dal Tribunale, ma andò subito da lei. La signora Agnese dichiarò ai magistrati che suo marito aveva necessità di sfogarsi, aveva voglia di confidarsi con lei: mai accaduto prima. Aggiunse che Paolo, per la prima volta, non si avvalse della scorta e abbracciandola la invitò a fare una lunga passeggiata, da soli. "Dopo qualche minuto di silenzio - ha affermato Agnese Borsellino -, Paolo mi ha detto: 'Sai Agnese, ho appena visto la mafia in faccia...'". E da vero Uomo di Stato, Paolo Borsellino non aggiunse altro, ma si limitò a dire che lunedì sarebbe tornato a Roma per interrogare Gaspare Mutolo (lo disse anche a me salutandoci, prima di partire da Roma per Palermo).
Ma cosa accadde quel venerdì 17 luglio 1992 a Roma? Accadde un episodio che avrei voluto raccontare direttamente alla signora Agnese, come avevo in animo di fare, ma non ebbi il tempo. La signora Agnese morì prima che io potessi andare a trovarla a Palermo, su suo esplicito invito, fattomi dopo che lei stessa intervenne in diretta telefonica per la prima e unica volta, parlando agli studenti di Ortona riuniti al Teatro F.P. Tosti. A questo punto giova ricordare che Paolo Borsellino interrogò tre volte Gaspare Mutolo: il primo interrogatorio fu quello del 1° luglio, al quale assistetti a tratti, ed era presente il magistrato Vittorio Aliquò, mentre agli altri due partecipai dall'inizio alla fine e furono presenti i magistrati Gioacchino Natoli e Guido Lo Forte. Il mio nome nei verbali non fu citato per ragioni di sicurezza, a causa di pregresse minacce, allorquando ero in servizio alla Sezione di Ninni Cassarà, della Squadra mobile di Palermo (chiarisco questo passaggio perché qualche quaquaraquà mise in dubbio la mia presenza, alimentando un venticello di rossiniana memoria).
Quella mattina, ossia il 17 luglio, ci trovavamo nella piccola stanza della dependance della DIA, in via Carlo Fea: eravamo io, Borsellino, Natoli, Lo Forte, Mutolo e il mio collega Danilo Amore, addetto alla verbalizzazione. Ad un tratto, mentre il dottor Borsellino, inforcando gli occhiali, legge o scrive qualcosa sulla sua agenda rossa, il dottor Natoli chiede a Mutolo: “Signor Mutolo, lei è a conoscenza di persone delle istituzioni colluse con Cosa nostra?”. Gaspare Mutolo prontamente annuisce e sciorina una serie di nomi di magistrati, poliziotti e imprenditori. Io, per farlo tacere, gli do un calcio sugli stinchi. Nel frattempo il dottor Borsellino si altera talmente tanto che accende un'altra sigaretta pur avendone una accesa, dicendo che non era il momento di fare quei nomi. La circostanza non viene verbalizzata. Borsellino si arrabbia perché secondo la scaletta degli interrogatori da lui stesso predisposta, il discorso dei collusi si sarebbe dovuto affrontare dopo aver compiutamente aggiornato la mappa degli uomini di Cosa nostra e dare un nome agli autori dei tanti omicidi di mafia rimasti insoluti. Quindi, in quell'occasione, vennero fatti alcuni nomi di personaggi istituzionali, che a detta di Mutolo, erano collusi con Cosa nostra. Ed ecco la preoccupazione del magistrato Paolo Borsellino che confidò alla moglie: “Ho visto la mafia in faccia”. Eppure la mafia l'aveva conosciuta nel corso della sua lunga attività di magistrato, financo al maxiprocesso. Ma quei nomi fatti da Mutolo lo turbarono e anche tanto. E già, perchè in un Paese dov'era negata persino l'esistenza della mafia, in un Paese dove per essere credibili bisogna essere ammazzati, Paolo Borsellino quel venerdì 17 luglio si rese conto di aver visto il vero volto della mafia.

Pippo Giordano












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