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Intervista a Pippo Giordano, 'il sopravvissuto' PDF Stampa E-mail
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Scritto da Gea Ceccarelli   
Venerdì 16 Giugno 2017 16:39
di Gea Ceccarelli - 14 giugno 2017

Lo chiamano “il sopravvissuto“, anche se lui non ama definirsi così. Certo è che Pippo Giordano, ex ispettore della Dia di Palermo, ha attraversato uno dei periodi più tragici della storia italiana, quello degli anni Ottanta in Sicilia, quando le strade si coloravano di rosso sangue e la mafia falcidiava vittime a colpi di kalashnikov. L’ascesa dei “viddani” di Riina, Totò la Belva.

Giordano li ha vissuti, quegli anni, e non solo: è stato anche in prima linea nella lotta contro Cosa Nostra. Ha visto cadere amici e colleghi, negli anni: Cassarà, Montana, Borsellino, Falcone sono solo alcuni di loro.

E oggi Giordano gira l’Italia per raccontarli, quegli anni, per ricordare gli eroi che per mano di Cosa Nostra hanno perso la vita, soprattutto, però, per sensibilizzare a una cultura della legalità.  L’abbiamo intervistato.

Lei attraversò la stagione più sanguinosa di Cosa Nostra, la quale cambiò certamente volto dopo l’ascesa dei Corleonesi. Secondo lei, vi sarebbe stato modo di evitarla?

Certo che si poteva evitarla. Intanto sfatiamo un luogo comune, che vorrebbe una Cosa nostra di altri tempi “buona”, mentre quella degli ultimi decenni “cattiva”. La mafia, le mafie sono un agglomerato di menti bacate, che trovano linfa nell’apporto fattivo e collusivo di una certa classe politica. E quindi, proprio per aver conosciuto la “crema” di Cosa nostra, affermo che con l’avvento dei “corleonesi” il cambiamento violento c’è stato, soprattutto rispetto ai metodi dei vecchi vecchi uomini d’onore che conobbi da ragazzo. Uomini d’onore il cui carisma si manifestava anche con la parola dello sguardo silente. L’ascesa dei “corleonesi” fu resa possibile per la debolezza dei “palermitani”, che non capirono in tempo le mire espansionistiche di Totò Riina e del suo “gruppo”. Solo Stefano Bontate l’aveva ben capito, ma fu eliminato grazie a un traditore interno della sua “famiglia”, e che poi diede la stura alla mattanza dei cosiddetti “perdenti”. Alcuni esperti di mafia ancora oggi affermano che, nei prima anni ottanta,c’è stata una guerra di mafia. Nulla di tutto questo: ci sono stati solo omicidi di coloro che si erano opposti allo strapotere di Totò Riina. Un altro elemento che diede linfa allo strapotere dei “corleonesi” è addebitabile alla “latitanza” dello Stato, che non aveva mai dato fermezza nel stroncare la Piovra, che giorno dopo giorno occupava manu militare il territorio. Nella sostanza, lo Stato aveva abdicato alla mafia. Credo che tra il potere politico ed ecclesiastico ci fosse una sorta di tacito consenso nel negare l’esistenza della mafia e, quando affermo che lo Stato ha avuto la responsabilità oggettiva della crescita esponenziale di Cosa nostra, lo dico a ragion veduta.

A scardinare, in qualche modo, quell’universo, fu il fenomeno del pentitismo: quanto e come ha contribuito nella lotta alla mafia?

In tema di pentitismo, posso dire con cognizione di causa, non foss’altro per aver conosciuto nove pentiti di Cosa nostra, che il loro apporto è stato determinante per squarciare quel bunker di Cosa nostra. Giova ricordare che nessuno di noi era a conoscenza del marchio di fabbrica “Cosa nostra”. Sì conoscevamo parte del gotha mafioso, ma non conoscevamo l’esistenza delle “famigghie” con relativi mandamenti, anche se, in modo induttivo, collocavamo il tizio a un certo quartiere palermitano piuttosto che a un territorio siciliano. Tra i pentiti, da me trattati per motivi investigativi, ne cito uno per tutti: Tommaso Buscetta. Buscetta è stato colui che consegnò le chiavi per accedere in Cosa nostra. Affermo senza tema d’essere smentito che il declino dei “corleonesi” è iniziato proprio col pentimento de U zu Masino Buscetta, alias “Roberto”, intercettato nelle telefonate in partenza dal Sud America, ancor prima di pentirsi. Ma quanto ha dovuto pagare Buscetta per la collaborazione con la giustizia? Troppo! Io stesso vidi i suoi familiari assassinati per farlo desistere a collaborare. Analoghe vendette trasversali colpirono congiunti, amici e parenti di Francesco Marino Mannoia, Totuccio Contorno e in ultimo Santino Di Matteo, nel periodo in cui ero in forza alla DIA, con la morte di suo figlio Giuseppe, sequestrato e tenuto prigioniero per quasi 800 giorni, e poi sciolto nell’acido: aveva solo 13 anni.

Qual è la sua posizione riguardo la trattativa Stato-mafia? Secondo lei è plausibile, come sostengono molti, che prosegua tutt’oggi con la latitanza di Messina Denaro?

Non mi piacciono i teoremi, mi sono sempre rapportato con elementi di fatto, quindi non sono d’accordo sui tanti “si dice” che la latitanza di Matteo Messina Denaro sia il compendio di una trattativa in itinere tra Stato e il medesimo Messina Denaro. Voglio ricordare che, anche all’epoca della latitanza di Riina, a Palermo si vociferava la stessa locuzione “u nu vonnu pigghiari, sunnu d’accordu”. Nulla di vero. Quanti giorni e notti trascorsi a digiuno e all’addiaccio per catturarlo! E in un paio di occasioni abbiamo anche sentito li suo odore, nel senso che ci arrivammo vicini.
La mia posizione sulla trattativa Stato-mafia è nota e credo sia indispensabile fare un distinguo. Parlerei di “trattative”. Non sono d’accordo con l’illustre giurista palermitano Fiandaca, quando afferma che la “trattativa è legittima”. No! Nessuna trattativa può essere legittima con chi ha sterminato i figli dell’Italia. No, assolutamente no! Come non sono d’accordo sulla decisione della Cassazione che prevede una “morte dignitosa” per Totò Riina. Ma questa è un’altra storia. Per meglio esprimere il concetto di “trattative”, vorrei far capire ai tanti che non “masticano di mafia” che le trattative sono caratterizzate anche e solamente da interessi convergenti tra pezzi dello Stato e uomini d’onore. E spesso, quando il coacervo d’interessi accomuna le due parti, s’innesta quel rapporto del dare/avere, che talvolta può essere interrotto anche con la morte violenta, come accadde a Palermo. Potrei descrivere alcuni esempi, ma la cronaca violenta è piena di siffatti episodi. Quindi, concludo dicendo che trattativa Stato-mafia, in ordine alle stragi ’92/’93, ci sia stata e non cambierò opinione, indipendente dall’esito del processo che si sta svolgendo a Palermo.

Cosa succederà ora, dopo la sentenza del Borsellino Quater, secondo cui Scarantino fu indotto a mentire? C’è la possibilità che la verità emerga?

Recentemente ho scritto che Scarantino, proprio per non essere stato “punciuto”, – a me non risulta -, non poteva essere messo a conoscenza di un così grave fatto delittuoso. Conosco bene le regole interne a Cosa nostra, laddove è espressamente vietato di parlare di cose di Cosa nostra coi non adepti. Addirittura, anche tra uomini d’onore sono vietati argomenti che non investono l’ambito della propria famigghia di appartenenza, quindi è inverosimile che lo Scarantino possa essere venuto a conoscenza di un progetto stragista. Scarantino è stato indottrinato a raccontare il falso? Non lo so, tutto lo lascia pensare. Io so soltanto che, insieme ai miei colleghi della DIA, ho pedinato Profeta, condannato all’ergastolo per la strage di via D’Amelio, ed ora con le dichiarazioni del collaboratore Gaspare Spatuzza, risulta innocente. Lei mi chiede se la verità emergerà? Quello che penso io non conta. Non ho bisogno di una sentenza, io ho la “mia verità”. Ma troppe, troppe verità vengono negate, persino infarcite da quattro telefonate distrutte. La strage di via D’Amelio, mi spiace dirlo, sarà un’altra strage ammantata da una nebbia, che difficilmente potrà essere dissolta. Si nega persino che l’Agenda rossa di Paolo Borsellino fosse all’interno della sua borsa, quando, invero, i familiari avevano sostenuto il contrario.

In molti paventano un ritorno allo stragismo; secondo lei è plausibile?

Su un rigurgito stragista di Cosa nostra, non ci scommetterei nemmeno un centesimo. Ritengo che ormai Cosa nostra abbia capito la lezione e non giova a nessuno un attacco frontale allo Stato. Tuttavia, mi consenta di ricordare che la mafia siciliana, dal 1963 al 1993, ha fatto esplodere ben dieci auto-bombe, con decine di vittime.

Nei giorni scorsi si sono tenute le commemorazioni per la strage di Capaci e non sono mancate le “passerelle” e, soprattutto, polemiche: un suo pensiero in merito?

Per le “passarelle” o “pupiate”, come le chiamo io, ho più volte espresso il mio parere. E le dirò che a me non piace guardare le commemorazioni. Cosa diversa è via D’Amelio, dove per due volte ho preso la parola, proprio per ricordare i martiri e denunciare il silenzio dello Stato.

Ma secondo lei esistono degli eredi morali di Falcone e Borsellino, oggi?

Non amo dare patenti e giammai mi permetto di paragonare o dare giudizi sulle persone. Il mio metro di misura sono le azioni e le parole che ogni uomo compie e pronuncia. Spessissimo amo definire Falcone e Borsellino “Galantuomini Siciliani” e a loro va il mio ricordo affettuoso.

Lei è, e viene giustamente definito, “il sopravvissuto”: c’è però questa tendenza, da parte dello Stato, di onorare i morti e “dimenticare” i vivi. E’ stato così anche per lei?

La ringrazio per questa domanda, che mi dà l’opportunità una volta per tutti chiarire il concetto di “sopravvissuto”. Io non mi sento e non sono affatto un sopravvissuto. Diciamo che ho visto morire sei miei colleghi della Squadra mobile palermitana. Mi perdoni, se li cito: Filadelfio Aparo, Lillo Zucchetto, Beppe Montana, Ninni Cassarà, Roberto Antiochia e Natale Mondo.
L’equivoco nel considerarmi un sopravvissuto, credo sia stato originato dal mio allontanamento d’ufficio da Palermo per motivi di sicurezza, nel periodo più violento posto in essere da Cosa nostra.
Sì è vero, lo Stato si è “dimenticato dei vivi”: penso a coloro che sono davvero “sopravvissuti”. Non dimentichiamoci, che questo Stato talvolta appare affetto da ipoacusia, che non sente il bisogno di ascoltare i vivi.


Gea Ceccarelli (www.articolotre.com)






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