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Repici: 'Il furto di verità indica una responsabilità oltre la mafia' PDF Stampa E-mail
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Scritto da Francesca Mondin   
Domenica 02 Luglio 2017 11:46
di Francesca Mondin - 1 luglio 2017

C’è un lungo filo rosso che sta attraversando l’Italia. E’ il tragitto segnato dall’Agenda ritrovata. Un libro rosso, come l'agenda di Paolo Borsellino scomparsa misteriosamente il giorno della strage, portato in alto, di regione in regione, dai ciclisti che stanno partecipando alla ciclo staffetta ideata dall'Associazione l'Ora Blù.
Un rosso propositivo, vivo, animato da quella cittadinanza attiva che non vuole dimenticare. Diverso è invece il rosso del filo che lega e unisce i delitti e le stragi della storia del nostro Paese. Un tracciato che segna un sistema, una metodologia che, come ha spiegato giovedì sera a Jesi, alla conferenza organizzata dalle Agende Rosse di Ancona e moderata da Federica Fabretti, l'avvocato Fabio Repici, ritorna per occultare la verità in molti fatti tragici della storia italiana.
"La sparizione dell'agenda rossa, per mano dello Stato, è l'icona perfetta del furto di verità”, e questo sistema, ha detto Repici, interviene “in quei casi in cui sono entrate in gioco delle responsabilità indicibili che necessariamente, per la tenuta del sistema di potere, meritano di essere occultate”.
Una metodologia che troviamo “fin dalla strage di Portella della Ginestra, dove si diede la responsabilità solo al bandito Salvatore Giuliano e dove si mise in atto “il silenziamento definitivo dei soggetti che potevano parlare” come “Pisciotta, il luogotente di Giuliano che viene ucciso in carcere, con un caffè avvelenato dopo aver rilasciato delle dichiarazioni sui mandanti esterni”.

Passando poi per il delitto di Enrico Mattei avvenuto il 27 ottobre 1962 sul quale “solo decenni dopo si trovano le prove sul coinvolgimenti di pezzi importanti del potere reale del tempo". O come “il sequestro di Mauro De Mauro in cui ci fu un depistaggio attestato da Boris Giuliano, che confidò l'intervento di vertici nazionali dei servizi segreti per silenziare le indagini”. Ed è lunga la lista fornita dal difensore di Salvatore Borsellino di depistaggi, verità negate e persone torturate, costrette ad autoaccusarsi di delitti mai compiuti ed a fornire informazioni false per deviare le indagini. Fra tutti spicca sicuramente il caso di Vincenzo Scarantino, il “picciotto della Guadagna” che si autoaccusò del furto della 126 utilizzata come autobomba in via d'Amelio “lui non aveva nulla di mafia, fu preso, torturato e indotto a confessare cose che non aveva mai fatto” ha detto Repici sottolineando che “non è un falso pentito ma è una vittima dello Stato”. E un punto fermo su Scarantino lo mette la sentenza di primo grado del quarto processo per la strage di Borsellino. “Una sentenza che apre nuovi orizzonti - ha infatti detto Marco Bertelli, componente storico del Movimento Agende Rosse - perché viene stabilito che Scarantino ha calunniato altre persone perché indotto e questo attesta che c’è stato un depistaggio nelle indagini”. Un passo importante ma non sufficiente per restituire la verità completa sulla strage che uccise Paolo Borsellino e gli agenti di scorta Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina, Walter Eddie Cosina e Vincenzo Catalano. Nel cercare qualche indizio per comprendere cosa ci fu dietro la strage di Borsellino, Marco Bertelli ha cercato di ricostruire quei 57 giorni che passarono dalla strage di Capaci a quella di via d'Amelio attraverso le parole del magistrato recuperate nell'agenda grigia e dalle dichiarazioni della moglie e del collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo che Borsellino interrogò in quei giorni.

Come la strage di via d'Amelio, l'Italia è piena di delitti e stragi di cui non si conoscono i reali mandanti. Fatti come quelli degli anni '90 rivendicati dalla misteriosa sigla Falange Armata che apparentemente possono sembrare scollegati tra loro. Dagli attentati ai campi nomadi ai delitti per pochi soldi messi in atto dalla Banda della Uno Bianca, dall'omicidio dell'avvocato Fabrizzi a Pescara e del maresciallo Garau in Sardegna alle stragi in Sicilia e continente. “Chiazze di colore separate tra loro - ha detto il presidente del tribunale di Ancona Giovanni Spinosa - che hanno in comune un movente che non convince mai del tutto oltre ad essere delitti che hanno segnato la storia del Paese dal '90 al '93, tutti delitti rivendicati dalla Falange Armata”.
Spinosa ha quindi cercato di unire uno dopo l’altro i fatti che avvengono in quei tre anni.
L'esordio della Falange Armata risale ad aprile 1990 quando rivendica l'omicidio di Umberto Mormile, educatore carcerario proprio all’interno del penitenziario milanese di Opera. Quel periodo, ha spiegato il presidente del tribunale di Ancona, "è uno snodo centrale in cui avvengono varie cose: vengono scoperti i diari di Aldo Moro, il presidente del consiglio Andreotti svela l'esistenza di Gladio e inizia la fase terroristica della Banda della Uno Bianca che finirà nell'agosto del '91”. Proprio “nei giorni seguenti (da agosto '91 a febbraio '92) le dichiarazioni di alcuni pentiti ci dicono che si svolgevano delle riunioni in Sicilia”, come ad esempio quella “ad Enna”, dove “degli uomini, indicati per nome e cognome da pentiti, propongono a Cosa nostra ed a altre organizzazioni criminali come la Sacra Corona Unita, la 'Ndrangheta e la Camorra, questo progetto eversivo per dividere l'Italia in tre parti”.
Un progetto al quale, secondo Spinosa, aderiscono le organizzazioni criminali. Ed in questa ottica si inseriscono anche le stragi in continente: “Nel febbraio '93 la Falange Armata ammette di aver apprestato piani di utilizzo operativo strategico di gruppi in Lombardia, Toscana, Lazio e Campania. Di lì a poco ci furono le bombe in via Palestro in Lombardia, in via dei Georgofili in Toscana e le bombe nelle chiese di San Giorgio al Velabro e nella basilica di San Giovanni in Laterano.” Sarà lo stesso Giorgio Napolitano, qualche anno fa, a dichiarare che “nella notte del 27 luglio '93 quelle bombe potevano considerarsi un ingrediente di un colpo di Stato”.

Un attacco allo Stato che “la Falange Armata dichiara nell'ottobre del '93 con una telefonata in cui esprime il proposito di rompere gli indugi e colpire il cuore dello Stato, le istituzioni e i simboli”. Ma inaspettatamente, “quando è tutto pronto per il drammatico attentato al pullman dei carabinieri, viene dato un contrordine e si blocca tutto”. Il perché non si sa, ma, come ha ricordato Spinosa “pochi giorni dopo vengono revocati i 334 provvedimenti del carcere duro 41 bis, in quel momento qualcuno ha colloquiato con Cosa nostra o con uomini vicini all'organizzazione”.
"Io non penso - ha concluso Spinosa - che la revoca di 334 provvedimenti del 41 bis cambiano nella sostanza i fatti, quello che cambia il corso della storia è invece il senso di un ritrovato, forse mai perso, afflato tra Cosa nostra e le Istituzioni”.
Forse è nel complesso quadro emerso che possiamo trovare la risposta al perché le verità stentano ad emergere, perché, come ha sottolineato Repici, “la verità vuole essere spesso occultata perché la sua epifania potrebbe portare al coinvolgimento di poteri legali in delitti compiuti anche da cosa nostra”. Nonostante ciò, ha ricordato l'avvocato “ci sono uomini delle istituzioni che si battono e si sono battuti per ricercare la verità e la giustizia” e questo dovrebbe essere “un obbligo di qualunque cittadino”, perché come ha concluso Spinosa “conoscere la storia del nostro paese è qualcosa di profondo e importante che crea l'identità del Paese”.


Francesca Mondin (AntimafiaDuemila)






 



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