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Via D'Amelio, 25 anni fa la fine di un sogno PDF Stampa E-mail
Editoriali - Editoriali
Scritto da Pippo Giordano   
Martedì 04 Luglio 2017 20:02
di Pippo Giordano - 4 luglio 2017

Il 27 giugno scorso sono stato invitato a Bologna dal Gruppo Agende Rosse “Attilio Manca” Bologna, per ricordare non solo Paolo Borsellino, ma anche per parlare dell'Agenda rossa del dottor Paolo Borsellino, da me vista nell'ultimo venerdì della sua vita. Nell'occorso ho rivisto e abbracciato Salvatore Borsellino, fratello del magistrato assassinato nella strage di via D'Amelio, che era appena giunto in bicicletta da Parma a seguito della ciclo-staffetta proprio in memoria di Paolo Borsellino. E mentre facevo rientro a casa, ho riflettuto sul gesto di Salvatore Borsellino, costretto a pedalare come un ventenne per chiedere verità sulla morte di suo fratello e dei miei colleghi, periti nella strage del 19 luglio 92 a Palermo. Penso che uno Stato serio, degno di questo nome, dovrebbe avere l'obbligo morale di dissipare bugie e depistaggi che da venticinque ammantano la strage di via D'Amelio. Penso anche che non dovrebbe essere un familiare di Paolo Borsellino a pedalare verso la verità, ma semmai il contrario, ovvero lo Stato che dovrebbe andare incontro ai familiari di Paolo Borsellino, presentando loro una pergamena con scritto nomi e cognomi di mandanti ed esecutori della strage, nonché fornire il movente che diede luogo alla strage medesima.
Lo so, sono un sognatore: un patriota Siciliano che vorrebbe vedere i suoi “martiri” avere giustizia. Martiri che hanno pagato un alto tributo di sangue per un imbelle Stato capace di lasciare soli i propri migliori “Figli” in balia della violenza mafiosa. Uno Stato sordo alle urla di aiuto di chi poneva la propria vita al servizio del Paese. Ecco perchè Salvatore Borsellino, in versione ciclista, mi ha fatto tenerezza. Non è un mistero, per averlo più volte ribadito, che quando incontro Salvatore la mia mente corre ai quei tre interrogatori che Paolo Borsellino fece a Roma, nella sede della DIA e ai quali partecipai. L'abbraccio tra me e Salvatore non è un effimero gesto, ma un momento di raccolta e riflessione che mi riporta a suo fratello Paolo, quando, il venerdì' 17 luglio ci salutammo.
A me spiace leggere,che persone, che stimo e ammiro, citino con sarcasmo coloro che aderiscono, in forma di volontariato, al Movimento Agende rosse, creato da Salvatore Borsellino. Invero, abbiamo tutti necessità di serrare le fila e chiedere a gran voce “verità” su via D'Amelio.
Mi duole registrare una diversa “attenzione” tra le stragi compiute da Cosa nostra. A me sembra davvero errato dare una valenza mediatica diversa tra le stragi mafiose. Per quanto mi riguarda, non ho mai fatto differenza tra i “Nostri morti”: il sangue innocente ha un solo colore. Ed oggi, nonostante quel sangue versato a iosa, tutti si dimenticano sia dei “caduti” che delle necessità di far luce sulle stragi. Opinionisti dell'ultima ora non trovano di meglio che dibattere sulla necessità di concedere la libertà anticipata a Salvatore Riina e Marcello Dell'Utri. Addirittura, per quest'ultimo si è pensato bene di editare una petizione. Parimenti, non mi risulta che analoga iniziativa sia stata espressa nel chiedere verità su via D'Amelio. Si sta mettendo in forse il concorso esterno all'associazione mafiosa. Certo, se in luogo di uomini delle istituzioni e della politica, avessero condannato solo “scassapagghiari”, state pur certi che i soloni del diritto starebbero zitti. Un po' come i cosiddetti pentiti e le intercettazioni telefoniche o ambientali. Quando i primi parlavano solo dei loro “compagni”, erano attendibili e necessari. Appena hanno iniziato a parlare di politici, la Legge è stata cambiata. E così lo stesso per le intercettazioni.
Siamo all'inizio del mese di luglio, tra poco ricorrerà il venticinquesimo anno della strage di via D'Amelio e credetemi: mi sto stancando di questa classe politica e di tanti pennivendoli. A dire il vero anche della maggior parte degli italiani, capaci solo di piangere a morto caldo. Siamo un Paese che riesce a dimenticare qualsiasi dramma; siamo un Paese dove contano le pupiate televisive. In buona sostanza, siamo un Popolo che dimentica il passato e di certo non avrà futuro.
Io ho già dato: ho perso i miei migliori amici e ho finito le ultime lacrime in via D'Amelio. Ho smesso persino di sognare.

Pippo Giordano




Bologna, 27 giugno 2017







 








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