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Bitritto: l'arte uccide la mafia PDF Stampa E-mail
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Scritto da Savino Percoco   
Sabato 29 Luglio 2017 16:03
di Savino Percoco - 25 luglio 2017

Il 20 luglio 2017 a Bitritto, un piccolo paesino nel baresano, nella storica Piazza (Leone) da cui si accede al Palazzo municipale, sotto lo sguardo di Falcone e Borsellino, stampato su uno striscione comunale esposto sul balcone del castello di città, si è rinnovato il ricordo del 25° anniversario della Strage di via D’Amelio.
A rendere gli onori di casa il Sindaco Pino Giulitto che presenta gli ospiti relatori e Sabino Paparella, assessore alla legalità e fautore della serata che tra i ringraziamenti evidenzia i progetti futuri in collaborazione con l’associazione “Agende Rosse” pugliese.
Dopo i saluti di Pierpaolo Favia, Pres.te dell’ass. “Filo del discorso” il moderatore Savino Percoco entra nel cuore del tema serale e tra gli applausi commossi del pubblico in piedi, nomina tutte le singole vittime della strage del 19 luglio 1992. Segue, presentando l’ass. che prende il nome proprio dell’agenda scomparsa dalla borsa di Borsellino, poco dopo l’esplosione, specificando i dettagli e mostrando al video una foto che ritrae il Ten. Coll. Giovanni Arcangioli con in mano proprio l’oggetto in pelle marrone, dove il magistrato l’aveva riposta.
Successivamente, in collegamento skype da Palermo interviene Salvatore, fratello del giudice, che impronta la relazione sull’importante sentenza del Borsellino quater, che dichiara prosciolto per prescrizione Vincenzo Scarantino dall'accusa di calunnia e lo descrive come “una vittima dello Stato deviato … indotto a commettere il reato di calunnia dagli apparati di Polizia”. Una pagina processuale quindi, che traduce le dinamiche in “depistaggio di Stato”. Infine, prima di chiudere, con il suo consueto messaggio di resistenza e speranza, il Pres.te delle “Agende Rosse”, afferma che "se Riina venisse liberato, mio fratello verrebbe ucciso un'altra volta". 
Si procede poi con il magistrato barese, Marco Guida, che tra i tanti episodi, racconta di alcuni giovani studenti che il giorno successivo alla strage di Via D'Amelio, si radunarono al tribunale in cerca di riferimenti istituzionali che incarnassero lo Stato nel modello di Falcone e Borsellino. Ragazzi smarriti e disorientati dalla violenza delle bombe, che cercavano rassicurazioni a questi ragazzi si aggiunsero magistrati come lo stesso Guida, colleghi, avvocati, cancellieri, ecc.
Pinuccio Fazio, padre di Michele, giovane ucciso erroneamente il 12 Luglio 2001 a soli 16 anni, da una pallottola indirizzata ad un esponente del clan barese Strisciuglio, descrive le emozioni dei primi anni, quando sofferente e rifugiato nel suo isolamento, fu rivitalizzato dalla rabbia generata dall’archiviazione del caso, nel mentre “gli assassini camminavano con i motorini” sotto la sua casa.
Partono così, autonome ricerche, finchè la pm Digeronimo riapre le procedure, accertando la ricostruzione dei fatti e giungendo all’arresto dei criminali, tra i quali Francesco Annoscia, che in seguito, dal carcere, scriverà una lettera di perdono ai genitori della vittima, fino ad incontrarli e promettendo innanzi alla sua donna incinta, di educare i suoi figli nei giusti valori e raccontandone gli errori.


 



Un caso quindi, giunto a conclusione, ma che ha visto l’allungamento dei tempi a causa della triste omertà dei tanti testimoni oculari.
Oggi, la famiglia Fazio gestisce un’associazione in memoria del proprio figlio, con la quale offre gratuitamente il dopo scuola alle famiglie di fascia debole, nella speranza che la futura società possa non ripetere situazioni di criminalità. 
Chiude Pinuccio Fazio, affermando di aver perdonato tutti, ma “non perdona chi armato quelle mani” in riferimento ai clan Strisciuglio e Capriati, che hanno utilizzato ventenni per l’esecuzione dei conflitti a fuoco. Michele Abbaticchio, Vice Presidente Nazionale dell’ass. “Avviso Pubblico” e sindaco di Bitonto, citando Don Luigi Ciotti e Peppino Impastato afferma, "quando non si ha paura di incrociare lo sguardo della mafia è in quel momento che la mafia ha perso". Prosegue, dicendo che bisogna “insegnare e trasferire, ai giovani e quindi applicando, da sindaci, un piano formativo in accordo con i dirigenti scolastici, proprio per parlare, ricordare, confrontarsi”. Spiega che gli odierni ragazzi, sono condizionati dai media, dal gioco d'azzardo e cattive forme educative, rimproverando lo Stato, reo di non serrare le strutture per giochi d’azzardo. Infine, evidenzia “Noi trasferiamo Manzoni, trasferiamo Leopardi, trasferiamo la letteratura classica. Ma perché io devo insegnare com'è morto Alessandro Manzoni e non devo insegnare com'è morto Paolo Borsellino”.
Dopo un breve intervento della coordinatrice di Funima International, Maria Campobasso, che spiega le attività dell’associazione a supporto dei bambini delle favelas sud americane e nel quartiere Bagheria di Palermo, l’incontro acquisisce una piega di speranza che parte proprio dalla cultura, ed evidenziando che “l’arte è il miglior mezzo di comunicazione per insegnare la bellezza”, Percoco cede il microfono all’attore e scrittore Salvatore Striano, ex membro della Camorra rigenerato in carcere attraverso la letteratura e il teatro. L’artista critica il protagonismo dei sacerdoti che si definiscono antimafia o anticamorra, spiegando che un prete dovrebbe contrastare il crimine a prescindere e “se esistono preti anticamorra, sto dicendo automaticamente che ci sono dei preti pro camorra”. Continuando, spiega che citare i nomi dei mafiosi mediaticamente, li rende più forti, “invece quando ci tendono la mano ci mettono in crisi”.
Forti anche le parole sull’autore di Gomorra, Roberto Saviano, “Non esiste il fascino del crimine che poi l'antimafia di turno, tipo un Roberto Saviano, fanno finta di denunciarla e poi ti creano dei prodotti dove i ragazzi la sposano la malavita”. In riferimento ai depistaggi sui casi italiani più importanti sottolinea perchè “sulle mafie sappiamo tutto perché ci sono i collaboratori di giustizia, ma non sappiamo nulla degli uomini dello Stato, perché li gira l’omertà” e prosegue, “finchè non avremo il coraggio di cacciare il boss del nostro quartiere è inutile che parliamo di mafia, perché siamo solo di buffoni”.
Presenta poi il suo libro autobiografico, La tempestà di Sasà, che racconta la sua infanzia nei quartieri spagnoli di Napoli nelle vesti di “spacciatore” fino alla latitanza e agli arresti. Sarà il carcere poi a generare il cambio di vita, attraverso la perdita dei propri cari, che non rivedrà e la formazione artistica che gli renderà cultura e talento. Un testo che narra quindi, un cambiamento di vita reale e possibile a supporto di una speranza che non resta solo una parola.
Percoco, conclude la serata attraverso le parole di Salvatore Borsellino, “non potranno mai, inventare una bomba che uccida l’amore”.


Savino Percoco





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