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Capaci, quel ricordo che sanguina ancora PDF Stampa E-mail
In evidenza - Incontri
Scritto da Giacomo D'Onofrio   
Sabato 07 Ottobre 2017 16:03
di Giacomo D'Onofrio - 8 ottobre 2017

A Grosseto la toccante testimonianza degli agenti di Polizia Angelo Corbo e Francesco Mongiovì, che facevano parte della scorta del giudice Giovanni Falcone.

I due poliziotti a colloquio con il Vescovo. Incontri anche con molte scolaresche della provincia.

Ci sono vicende che non si chiudono mai; vicende che lasciano ferite nell'anima così profonde, che neppure il tempo riesce a lenire. Semmai ne acuisce il senso di sofferenza, ma fa anche recuperare il bisogno di un impegno che non sia solo professionale, ma diventi civico. Una di queste vicende e quella che ha coinvolto gli agenti di Polizia Angelo Corbo e Francesco Mongiovì. Facevano parte della Quarto Savona Quindici, nome in codice della scorta del giudice Giovanni Falcone. Quel tragico 23 maggio 1992 sull'autostrada all'altezza di Capaci c'era Angelo Corbo, mentre il collega Francesco Mongiovì stava svolgendo un altro servizio.
Non era di turno dietro al giudice Falcone. Quel terribile 23 maggio 1992 entrambi, per circostanze diverse, hanno avuta salva la loro vita. Ma da quel 23 maggio 1992 niente per loro è stato più come prima. Lo hanno raccontato, con una testimonianza lucida, generosa e allo stesso tempo commossa, a Grosseto grazie ad una serie di incontri organizzati con loro dal Movimento Agende Rosse-gruppo «Agostino Catalano» Maremma. Corbo e Mongiovì sono stati in numerose scuole della provincia per raccontare a studenti ancora minorenni chi è stato Giovanni Falcone, cosa significhi servire lo Stato, cosa sia la Mafia e perché combatterla. Poi hanno reso la loro testimonianza, nel pomeriggio di lunedì 2 ottobre, all'interno della festa di santa Lucia, dove il Movimento delle Agende Rosse ormai da due anni ha uno stand nel quale fa conoscere le proprie attività. E sono stati tutti momenti emotivamente forti, ma più che mai utili, soprattutto oggi che sembra venir meno, in modo sempre più drammaticamente diffuso, il senso dello Stato e delle istituzioni. Erano giovani e con non molti anni di servizio, Corbo e Mongiovì, in quel terribile '92. Entrambi palermitani, erano entrati in Polizia giovanissimi. «Io - ha raccontato Francesco Mongiovì - fin da subito sono stato assegnato all'ufficio scorte. Era il tempo del maxi processo e fare la scorta era rischiare la vita ogni momento. Ma io conoscevo Falcone e quel che faceva e se dovevo mettere in gioco la mia vita, volevo che fosse per lui. Noi tutti - ha continuato - siamo sempre stati consapevoli di ciò che poteva accadere, tanto che coi colleghi scherzavamo sempre dicendo che le nostre auto erano bare con le ruote». Lo stesso per Angelo Corbo, entrato in Polizia quasi come reazione ad una adolescenza vissuta in modo pressoché «blindato» per la paura, da parte dei genitori, che Angelo potesse restare vittima della malavita. Poi la svolta nell'88: «Conosco un ragazzino, Claudio Domino. Aveva 11 anni ed è stato il primo bambino vittima della Mafia perché si era trovato al posto sbagliato nel momento sbagliato. Quella tragedia mi convinse definitivamente a entrare in Polizia perché non volevo che cose del genere succedessero ancora». I racconti dei due agenti sono stati molteplici, ma al di là dei singoli fatti, è il messaggio che conta: «Noi non siamo eroi - ha detto Mongiovì - siamo persone normali, che hanno preso sul serio il loro lavoro, che lo hanno portato avanti con dedizione. La paura? Altro che se l'abbiamo vissuta... Ogni volta che entravamo in galleria chiudevo gli occhi per qualche istante pensando dentro di me: "Ora succede...". Bastava un movimento sospetto o anche una macchina che si accostava troppo per far salire la tensione, ma quello era il nostro lavoro».

Quel 23 maggio Francesco non c'era. Era stato chiamato ad un altro servizio. Angelo, invece, si trovava nella terza auto che scortava Falcone dall'aeroporto a Palermo. Di quei tragici attimi porta nella mente fotogrammi indelebili. La sua auto era di spalle rispetto all'esplosione; il boato; la sensazione - reale - di essere come sollevati da terra e di volare, pezzi di asfalto che come una cascata d'acqua venivano giù, l'impatto di nuovo col terreno.... E poi il senso del dovere. Fino alla fine. Angelo e il collega che escono dall'auto, imbracciano i mitra e si portano subito verso l'auto di Falcone a proteggerne quel che ne restava. Il giudice, ancora vivo, per un attimo incrocia i suoi occhi negli occhi dei «suoi» uomini. E poi la notizia della morte sua, degli altri agenti, la corsa sfrenata in moto di Francesco Mongiovì per cercare di capire cosa fosse successo. La vita che riprende dopo quella tragedia, ma che non e più la stessa. «Per vent'anni mi sono sentito in colpa di essere sopravvissuto», ha raccontato Corbo, che vive e lavora a Firenze. «Nonostante siano passati 25 anni è una ferita che difficilmente guarirà - gli ha fatto eco Mongiovì - Anzi, forse noi la teniamo viva perché non possiamo dimenticare».

Quel dolore si è trasformato in desiderio di ripartire dai giovani per parlare di legalità. Da una decina d'anni, infatti, e avviato un progetto di educazione alla legalità che coinvolge le scolaresche in un «tour» che, partendo dal quartiere palermitano di Brancaccio, dove ha operato e dove è stato ucciso il beato don Puglisi, arriva, appunto, a Capaci passando per via D'Amelio e per Cinisi dove fu ucciso Peppino Impastato. Un percorso della memoria che ha già coinvolto centinaia di ragazzi «perché loro - ripetono Corbo e Mongiovì - non sono il nostro futuro, ma il presente. Nella mattinata di martedì 3 ottobre i due agenti sono stati ricevuti dal vescovo Rodolfo insieme agli animatori del Movimento Agende Rosse di Grosseto, Patricia e Guido Di Gennaro, per un colloquio molto intimo e profondo, che ha suggellato le giornate maremmane dedicate alla legalità.


Tratto da Rinnovamento - notiziario della Diocesi di Grosseto 8 ottobre 2017

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aleale  - Ho capito una cosa: più che lavorare sui mandanti   |2017-10-16 21:38:25
Ho capito una cosa: più che lavorare sui mandanti e sui colpevoli delle stragi
del '92 e del '93 e sulla gente che bisogna lavorare,il giorno che la gente
chiederà e pretenderà' il nome dei colpevoli e dei mandanti delle stragi la
verità gli verrà detta,nessuno al mondo ha più potere della gente,la gente
NON sa di avere questo potere,il giorno in cui la gente pretendera' e chiederà
chi sono i colpevoli e i mandanti delle stragi dove sono morti Falcone e
Borsellino del '92 e del '93,la verità gli verrà detta,nessuno al mondo a più
potere della gente

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